mercoledì 7 marzo 2018

Quello che non sanno di noi

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano del 7 marzo 2018)

La piccolezza a volte compie miracoli. Non solo quella evangelica, come già sapevamo, ma anche la piccolezza intesa come difetto, in senso corrente. Mi riferisco, insomma, proprio alla ristrettezza di vedute e alla meschinità d’animo. È quel tipo di piccolezza che mi ha convinto a ricominciare a scrivere per la Croce Quotidiano.
Non è un gran miracolo e se ne faceva pure a meno, direte voi, e avete ragione. Tuttavia dopo le elezioni avevo deciso di fare un po’ di digital detox, visto che in questi giorni nel mondo dei social di meschinità e di stupidaggini se ne leggono davvero troppe, per dedicarmi al lavoro e magari alla letteratura. Ma non posso fare a meno di scrivere di certi fatti. È una questione di rispetto per gli amici che hanno condiviso con me l’avventura del Popolo della Famiglia, e in generale per gli elettori.
In un clima generalizzato di acredini e rancori, la Bussola Quotidiana – come il professor Introvigne, che tra l’altro dovrebbe avere ritrovato in America un minimo di equilibrio professionale e pure personale – stanno continuando a incolpare il Popolo della Famiglia di aver fatto perdere il centrodestra. Sottintendendo che lo si sarebbe fatto apposta, per via dell’orgoglio personale e delle rivalità di Mario Adinolfi, se non proprio di una studiata intelligenza col nemico di centrosinistra.
Come se tutti noi che finora abbiamo supportato gli sforzi di Mario fossimo i suoi utili idioti personali, e già qui ditemi voi come si fa a resistere e a non mandare a quel paese certa gente. I voti del Popolo della Famiglia – e qui mi immagino gli analisti da strapazzo alla Andrea Zambrano che compulsano febbrilmente i grafici dei risultati collegio per collegio, in spasmodica ricerca della pistola fumante – per costoro sarebbero stati determinanti per fare perdere il seggio a alcuni candidati del centrodestra. Potremmo limitarci a rispondere, come già fatto, che è la prova del fatto che non siamo poi così irrilevanti.
Ma in realtà, come prima cosa, è una balla clamorosa che noi si sia in politica “contro” qualcuno in particolare, che non siano i nemici giurati della vita e della famiglia. Anzi, già che ci siamo, visto che non sono invidioso (e tanto meno così pirla da avere mai veramente creduto di poter entrare in parlamento in carrozza, partendo da capolista del Popolo della Famiglia nel collegio di Bologna) vorrei complimentarmi qui con un paio di miei concittadini, che invece ce l’hanno fatta. Sto parlando di Lucia Borgonzoni della Lega, già avversaria del nostro Mirko De Carli nella corsa per l’elezione del Sindaco di Bologna, nonché di Galeazzo Bignami, mio collega avvocato e consigliere regionale.
Loro se la meritano davvero la poltrona, perché la politica la fanno in prima persona da anni, o meglio da decenni, stando con passione vicino alla gente e nelle istituzioni locali, senza aver mai brigato né a maggior ragione mai pagato per un collegio sicuro. Ma a parte questo, non si può più tollerare la continua offesa agli elettori fatta da chi, improvvisandosi stratega o analista politico, continua dire che il Popolo della Famiglia avrebbe rubato voti al centrodestra.
Come se quest’ultimo schieramento, così come chiunque altro, fosse proprietario dei voti di determinate categorie di elettori. E di conseguenza, come se tutti noi cittadini fossimo delle pedine inerti, in balia di un gioco di forze manovrato nelle segrete stanze di qualche palazzo. È proprio per combattere questa concezione proprietaria della democrazia, anzi diciamo pure per tornare alla democrazia intesa nel senso con cui la intende la dottrina sociale della Chiesa, che è nato il Popolo della Famiglia.
Non dovrebbe esserci nemmeno bisogno di dire che in una democrazia matura i voti, tanto meno quelli dei cattolici, non sono di proprietà di nessuno. Benché, purtroppo, il PdF sia nato anche perché era ora di finirla con i furbacchioni che usano le associazioni del mondo cattolico come un taxi, in modo da portarsi a casa un lucroso (per loro) giro di giostra in parlamento. La scorsa legislatura era successo proprio questo, con alcuni illustri “convegnisti” di associazioni cattoliche, diventati onorevoli con la lista Monti e ora tornati a casa dalle loro famiglie, onusti di indennità e prebende, ma senza alcun risultato politico per noi (anzi, voi che dite, che stia succedendo ancora?).
Oltretutto basterebbe essere un po’ curiosi di conoscere come in politica funzionano davvero le cose, prima di dire che il peccato capitale del Popolo della Famiglia sarebbe stato di non allearsi con il centrodestra. Chi lo dice, se è in buona fede, non sa nulla di quello che avrebbe dovuto comportare l’accettazione delle uniche offerte che il predetto centrodestra sarebbe stato disposto a farci (do you remember Energie per l’Italia, la lista di Stefano Parisi, appena trombato in proprio nella Regione Lazio?).
Ecco, scusate se ora parlerò un po’ di me, ma lo faccio perché mai come adesso mi sono identificato nei semplici elettori. È uno dei doni che mi ha fatto il Popolo della Famiglia, consentendomi l’inattesa esperienza di essermi ritrovato al centro dell'attenzione di persone semplici, che non conoscevo nemmeno, ma dalle quali mi sono visto fermare per la strada o in parrocchia. Da queste mi sono sentito ringraziare, come se fosse stato merito mio, per aver consentito loro di tornare a votare senza turarsi il naso, o addirittura senza sentirsi le mani sporche. Questi sono i piccoli in senso evangelico – ed è un complimento che i non cattolici non possono capire – per i quali il Popolo della Famiglia continuerà a battersi, sia pure nel rispetto della loro libertà. Nessuno dovrà più permettersi di confonderli o scandalizzarli con discorsi falsi e capziosi.
Personalmente sono un professionista che non ama definirsi prestato alla politica, perché gli sembra una definizione un po’ presuntuosa. Soprattutto perché ora più che mai ci sarebbe bisogno di veri professionisti della politica, di persone che cioè la sappiano fare, e non di gente che prova a vincere il seggio parlamentare come un terno al lotto, passando per vie oblique. Inoltre, ho pochissime cose in comune con Mario Adinolfi. Lui proviene da sinistra, si è donato alla politica e la comprende come pochi. Mentre io sono idealmente un nipotino di Montanelli, e quelle poche volte che ho partecipato direttamente alla politica l’ho sempre fatto a destra, e mai con candidature che avessero possibilità di elezione (sono stato consigliere comunale una volta, perché quelli designati prima di me per ricevere le preferenze, benché eletti, si erano ritirati).
A differenza di Mario, soltanto adesso sto imparando con difficoltà a sopportare certi pesi che la politica impone. Vabbè, è un’opera di misericordia spirituale, ma come dicevo con l’amico Mirko De Carli è davvero impressionante la quantità di persone sgradevoli e di imbecilli che si devono sopportare facendo politica. In questo Mario ancora una volta è molto più bravo di me. Poi, lui porta con allegria e gioia di vivere una stazza alla Chesterton, quando invece io combatto tristemente contro la pancetta (ma lo aspetto al varco dei cinquant’anni, quando si accorgerà anche lui che non si può più far finta di essere giovani).
Lui adora Las Vegas e si veste casual, mentre io tendenzialmente mi vestirei sempre come Winston Churchill e sono appassionato di corride. Ma soprattutto, Mario è juventino e questa è la cosa alla quale faccio più fatica ad adattarmi, anche se mi posso accontentare del fatto che lui ha una quinta colonna del nemico in casa e io no. Quello che ci accomuna è soltanto, sia pure a livelli molto diversi, la passione per il poker. Che è uno formidabile strumento per imparare a scoprire coloro che giocano in bluff. Che poi sono gli stessi che imputano al Popolo della Famiglia, come altro peccato capitale, il fatto di aver costretto i cattolici a “contarsi” in politica.
Al contrario, è un bene per tutta la democrazia italiana che i cattolici accettino nuovamente di contarsi. Perché solo questo consente, secondo quanto scriveva Giovanni Paolo II, di “apprezzare il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce loro la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno” (Centesimus Annus, 46)
Finora abbiamo invece assistito, nella diaspora dei cattolici rispetto alla democrazia italiana, allo spettacolo di piccoli intellettuali da convegno che con i loro vani discorsi hanno dimostrato di concepire la democrazia come un rapporto di forze. Secondo loro vincerebbe chi riesce a giocare meglio le proprie carte, in posizione da lobbisti. Nel nostro mondo, in particolare, vincerebbe chi riesce a giocarsi meglio il nome di cattolico, e a spenderlo con più abilità sul tavolo della politica, al quale tuttavia non vuol partecipare giocando in proprio (con tutti i relativi rischi). Ma è un bluff con il quale non si vince mai, perché se non ci si siede al tavolo alla fine il piatto se lo porta a casa sempre qualcun altro.
Ecco, è proprio questo trattare come gli elettori come pedine di un gioco che oltretutto non si conosce nemmeno, e al quale non si vuole partecipare per non pagarne i costi, ciò che non si riesce assolutamente a tollerare. Forse è la cosa che maggiormente mi accomuna a uno come Mario. E adesso, perdonatemi se ho parlato troppo di me, ho una ragione in più per provare a fare digital detox, ma quando la professione me lo consente, se mi pubblicano, di continuare a scrivere per il suo giornale. Non lo devo solo a lui.

mercoledì 4 ottobre 2017

La visita di Papa Francesco a Bologna

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano del 4 ottobre 2017)

Inutile far finta di niente, la visita di Papa Francesco a Bologna non è piaciuta a tutti. Non ne troverete traccia sulla stampa ufficiale, ma se ascoltaste la voce dei cittadini bolognesi sentireste opinioni tutt’altro che unanimi. E non soltanto tra gli anticlericali, gli agnostici o i credenti tiepidi, che pure si sono ampiamente lamentati per i disagi e per le spese, come era prevedibile, visto che Bologna non è Roma e quindi non è abituata ad ospitare grandi manifestazioni. Nemmeno tra i comuni fedeli e il clero locale, dove le critiche a mezza bocca nei confronti dello stile del Pontefice già si sprecavano, la scelta di organizzare un pranzo per i poveri di tutte le religioni dentro la basilica di San Petronio è piaciuta granché.
Pare che Matteo Zuppi, che ha palesemente voluto riprendere un uso già diffuso nella comunità di Sant'Egidio, abbia dovuto spiegarsi a lungo presso la curia della quale è divenuto arcivescovo, per superare i malumori. Anche se difficilmente, se non conoscete un po’ il giro, ne sentirete mai parlare. In fondo, Bologna è città guelfa e clericale per eccellenza, e quindi da sempre è molto paludata su queste cose. È vero che, per le scienze religiose, questa è la città che dà il nome alla scuola di pensiero più progressista che ci sia. Il grande cardinale Giacomo Biffi, scherzando ma non troppo, diceva che “il comunismo sarebbe caduto solo con la morte dell’ultimo parroco di Bologna”. Tuttavia, nei fatti, lo stile curiale felsineo è improntato a una grande prudenza istituzionale, e pertanto difficilmente troverete nel clero qualcuno disposto ad esporsi più di tanto in certe critiche. Come del resto è giusto che avvenga per salvaguardare l’unità della Chiesa.
Noi del Popolo della Famiglia su queste questioni possiamo sempre cavarcela ricordando, giustamente, che il nostro movimento è politico e non ecclesiale. La nostra ispirazione cristiana attira anche molti non cattolici, protestanti, ortodossi e pure persone di altra sensibilità religiosa. Quindi sarebbe fuori luogo schierarci nella polemica in corso tra i papisti ad oltranza e quelli che si sentono a disagio per tanti aspetti del pontificato attuale. Tuttavia, come dicevamo, a un certo punto fare finta di niente diventa controproducente. È lo stesso principio che applichiamo rispetto a tante cose che davvero non convincono nella Chiesa italiana di oggi, e che abbiamo sempre denunciato senza peli sulla lingua. Se non si può dire che il PdF sia confessionale, ancor meno si può affermare che abbia uno spirito clericale. E allora, non nascondiamoci nemmeno per questo caso.
Intanto, mettiamo in chiaro che non è vero che le mense per i poveri allestite all’interno delle chiese siano mai state una tradizione cattolica. Certo, in età medievale e ancora fino al ‘600, dentro alle chiese avveniva di tutto. Viene in mente la prima novella del Decamerone di Boccaccio, dove Ser Ciappelletto si confessava per burla allo scopo di acquisire odore di santità, e essendosi accusato di aver una volta osato sputare in chiesa, si sentì rispondere dal frate confessore che “cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo”.
Infatti, soprattutto nelle grandi cattedrali e nelle basiliche che erano particolarmente espressione dell’orgoglio della comunità civica - come appunto è San Petronio a Bologna - la cittadinanza in passato non si faceva troppi problemi a usare le grandi volte degli edifici sacri nello stesso modo con cui gli antichi romani usavano le loro basiliche. Ci intrattenevano affari, riunioni pubbliche, e qualche volta persino ci scappava che venissero riadattate a mensa e dormitorio per i poveri. Ma il punto non è questo. Chi sa interpretare con intelligenza la tradizione cattolica, ben comprende che non si tratta di un bazar dove tutto quello che in passato si è fatto possa essere recuperato. La tradizione, al contrario, è un corpo vivente dove - come in ogni organismo - esiste un processo di maturazione, una crescita, e una direzione di marcia che fa sì che non tutto quello che è stato sperimentato poi venga mantenuto.
Questo vale anche per l’uso delle mense dei poveri, che in realtà erano state allestite all’interno delle chiese soltanto in rarissimi casi del tutto eccezionali. E a maggior ragione, su questo tema sarebbero da evitare similitudini assurde con l’ultima cena, e con il preteso significato conviviale dell’eucaristia, che già di per sé avrebbe un sapore tipicamente protestante. Soprattutto perché l’indignazione maggiore, nel caso in questione, si è sviluppata per il fatto che si sia voluto servire - da parte delle cooperative rosse che hanno organizzato il servizio di catering - un menu “halal”, senza tortellini né mortadella, per via dell’esplicita intenzione di invitare a frotte i musulmani che vivono nei centri di accoglienza. Questi ultimi, tra l’altro, a Bologna spesso sono gestiti da coop dello stesso colore.
Dunque, per chi conosce la storia del cristianesimo, e il significato della libertà che Cristo ci ha conquistato rispetto alle regole di purità rituale delle religioni antiche, in questa occasione c’è stato molto altro che non il decoro, per storcere convintamente il naso. E poi, per i bolognesi, la mensa dentro a San Petronio non è stata l’unico motivo di perplessità suscitato dalla visita papale. Inutile nasconderci che la scelta di Francesco di fare la prima tappa del suo viaggio nel grande hub che raccoglie i migranti è stata, a dir poco, motivo di grande imbarazzo e delusione per tanti cittadini. Le famiglie cristiane, con le quali non c’è stato alcun incontro ufficiale, si sono sentite una volta di più abbandonate. Così come i malati, e coloro che appartengono ai ceti impoveriti della popolazione residente.
Lungo la strada che Francesco ha percorso per arrivare a San Petronio, provenendo dal centro di raccolta dei migranti, si trova l’ospedale Sant’Orsola, che è tra i più grandi d’Europa. In esso, vi è un centro oncologico pediatrico all’avanguardia nel mondo, e una visita per i bambini quivi ricoverati non sarebbe apparsa fuori luogo. Invece, visto il tempo perduto nell’incontro coi migranti, il trasferimento in piazza Maggiore è stato percorso a velocità sostenuta, così che i fedeli assiepati lungo i chilometri di transenne - che erano state allestite con discreto sforzo e spesa dal Comune, affinché più gente possibile potesse veder passare la papamobile - hanno fatto più fatica a scorgere la veste bianca di Francesco di quanta non ne avrebbero fatta se si fosse trattato del giro d’Italia. Hanno infatti aspettato per ore sotto la pioggia, solo per intravederlo senza poter ricevere la sospirata benedizione.
Anche questi fedeli si sono sentiti un po’ trascurati, ma possono essere piccole cose. Quello che conta è che il disagio di tanti credenti, rispetto a certe scelte terzomondiste della presunta “nuova Chiesa” di Francesco, anche a Bologna è veramente palpabile. Nasconderlo dietro al normalismo o alle alzate di spalle, anche da parte di chi non eccede nelle professioni di fedeltà al Papa, non ha molto senso e non favorisce nemmeno la comunione ecclesiale. Questa è la città che ha ospitato per decenni il ministero di grandi cardinali come Giacomo Biffi e, da ultimo, Carlo Caffarra. Noi del Popolo della Famiglia ricordiamo spesso le parole profetiche del primo sul tema dell’immigrazione islamica. Siamo sicuri che una scelta come quella del pranzo dei poveri in San Petronio, sotto il loro episcopato, sarebbe stata a dir poco inconcepibile.
Certo, non va scordato che fu lo stesso Biffi, incurante delle polemiche che anche all’epoca vi furono, ad aprire le porte di una chiesa poco utilizzata del centro storico per riparare i senza tetto dal grande freddo invernale. Chi scrive lo sentì personalmente affermare che non poteva rimanere indifferente al bisogno dei fratelli più poveri. Ma appunto, si trattò di un caso eccezionale che fu realizzato con attenzione al decoro del luogo sacro.
Nello stesso tempo, sappiamo tutti quanto abbia avuto da soffrire il cardinale Caffarra, negli ultimi anni della sua vita, per la confusione crescente nella Chiesa, e per non aver ottenuto alcuna risposta - e molta irriverenza da parte dei soliti curiali - riguardo ai suoi rispettosi dubbi. E il tema, lo sappiamo, non è di poco conto, perché si tratta di indissolubilità del matrimonio, e quindi di un argomento non solo teologico, bensì rilevantissimo anche per l’azione politica di un movimento come il nostro, che mette al centro l’esigenza di riportare la famiglia alla base dell’organizzazione della società.
Non bisogna cedere agli estremismi. Ma nascondere il disagio di tanti nostri militanti su questi argomenti, rischia di farli sentire abbandonati ancor più di quanto già non si sentano, per il fatto di vivere l’avventura della famiglia nel loro privato. Se hanno scelto, e sceglieranno sempre più il Popolo della Famiglia mano a mano che riusciranno a conoscerlo, ciò avverrà anche se sapremo trattare questi motivi di perplessità con la franchezza che si aspettano da noi. Dire con chiarezza quello che i più non dicono, in fondo, è ciò che maggiormente contraddistingue il nostro movimento. Quindi, senza esagerare, non è che Bologna valga bene una messa. Anzi, visto che è proprio il contrario, non ci si chieda di rinunciare alla sacralità della messa per ragioni di opportunità politica.

domenica 24 settembre 2017

Ricostruire la cultura del matrimonio

L'incontro di presentazione del saggio "La Cultura del Matrimonio" a Riolo Terme, il 24 settembre 2017, nell'ambito della Festa Nazionale de "La Croce Quotidiano".