martedì 30 maggio 2017

Papa Francesco: “Solo il lavoro dà dignità alla persona”

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 30 maggio 2017)

Le parole di un pastore avvicinano, prima ancora che spiegare. Papa Francesco, a Genova, ha risposto lungamente alle domande di imprenditori e di lavoratori dell’Ilva, la nota azienda siderurgica stremata dalla crisi e da dissennati interventi statali. Qui sono stati necessari numerosi tagli di personale, e richiamandosi a questi fatti il Papa ha impartito una lezione, e anche più d’una, di dottrina sociale della Chiesa. Ma non lo ha fatto con le parole tecniche di un economista. Sarebbe capzioso, anche in questa occasione, interpretare così lo stile pastorale del pontefice.
Prima di tutto, come si conviene, Francesco ha richiamato i principi. Ma nondimeno da questo richiamo è emersa, assieme alla ricchezza dei valori, anche una varietà di soluzioni operative ai problemi della produzione e del mercato, che solo la dottrina sociale della Chiesa può garantire. Prima di tutto deve esserci la dignità del lavoro, ha ammonito Francesco, ed era il caso di ribadirlo. Perché nel lavoro vi è la radice del significato della presenza dell’uomo sulla terra.
Il monito riguarda in primo luogo gli imprenditori, che organizzando i mezzi di produzione devono continuamente affrontare la tentazione di trattare il lavoro come una semplice merce. Le parole del Papa contro la delocalizzazione, nel giro di poche ore, verranno ignorate quando non trattate dai soliti economisti da talk show televisivo come una forma di ingenuità. “Questo non conosce i fondamentali dell’economia”, penseranno, “e non ha un’idea della complessità di fattori che costringono un imprenditore a delocalizzare”.
Ma in realtà sono loro gli ingenui, quelli che non colgono l’essenza dei problemi. Perché la radice dei complessi fattori economici, politici e sociali risiede pur sempre nel cuore dell’uomo. Tant’è che il Papa, per riaffermarlo, è arrivato a citare un padre del liberalismo come Luigi Einaudi, per ricordare come lo spirito dell’imprenditoria non risiede nei rapporti di forza tra fattori produttivi, ma, riguardo alle persone degli imprenditori, nella “vocazione naturale che li spinge”.
Oggi la finanza appare impersonale, dominata da enorme masse di capitali, ma anche da scelte politiche dietro le quali si fatica a scorgere le persone. Ma queste vi sono sempre, e ad agire dietro la facciata non vi sono solo i poteri forti, i ricchi egoisti, ma anche – più di quanto non si dica – i politici ignoranti. Per questo, nelle parole di Papa Francesco a Genova c’era anche un richiamo molto chiaro nei confronti di coloro che vedono il lavoro come una risorsa statale da redistribuire.
“I giovani crescono senza dignità, perché non sono uniti dal lavoro che dà la dignità”, ha ricordato il Santo Padre nel rispondere a chi lamentava di vivere di sussidi. Gli assegni sociali che garantiscono un reddito minimo, non danno la dignità che solo il lavoro conferisce alla persona. Impossibile dunque non far discendere da queste parole del Papa un richiamo alle proposte di “reddito di cittadinanza” alla grillina, che si dimostrano così slegate dal cuore dei problemi dell’economia ancor più di altre ricette improvvisate, tanto care al populismo deteriore.
E così, Francesco si è dimostrato, grazie alla saggezza della Chiesa “esperta di umanità”, molto più al corrente dei problemi dell’economia di quanto non lo siano i vari demagoghi della politica, così come gli esperti della finanza. Perché alla radice dei problemi rimangono la dignità dell’uomo e le esigenze del suo cuore, così come è stato creato da Dio. Se non si comprende questo, non si arriverà mai alla soluzione della crisi che attanaglia il nostro paese, né a una vera ripresa. Questo è il significato della prevalenza del lavoro sul capitale, che viene insegnata dalla dottrina sociale della Chiesa.
Ma ci vuole la sapienza del cuore per cogliere i criteri operativi che poi possono portare alle soluzioni. Questo è l’insegnamento di economia, di finanza e di politica del lavoro che il Papa ha impartito a Genova, e noi lo accogliamo ritrovando in esso l’eco sapienziale del salmo 119, che insegna con forza la via per trovare la felicità nell’osservanza della legge: “So molto di più dei miei maestri, perché medito i tuoi precetti, sono più avveduto degli anziani, perché osservo i tuoi decreti”.

venerdì 26 maggio 2017

Vicino agli ultimi? No, vicino ai cristiani.

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 26 maggio 2017)

Vicino agli ultimi. Così viene descritto il cardinale Gualtiero Bassetti, appena scelto da Papa Francesco nella terna dei candidati, per diventare nuovo Presidente della CEI. Dobbiamo credere a questa descrizione? Probabilmente, si tratta soprattutto di un riflesso condizionato dei media, dal momento che è stato proprio l'attuale Pontefice a concedere la berretta cardinalizia a questo vescovo italiano di lungo corso.
Eppure, nel corso della sua lunga carriera, spesa interamente tra seminari e diocesi, con un pregresso incarico di vicepresidente della stessa CEI, Bassetti non ha mai mostrato particolari tendenze rivoluzionarie. Tanto che, nelle sue prime parole da nuovo Presidente, lui stesso si è definito come un improvvisatore. Non c'è infatti un programma predefinito per il suo mandato, e di certo non lo possiamo considerare in alcun modo impelagato in fazioni o cordate. La sua età matura lascia pensare che non si tratterà una presidenza di lungo periodo.
Dunque, probabilmente il suo ruolo sarà interlocutorio, di fronte a un episcopato diviso quale è quello italiano. Difficile pensare, è inutile negarlo, che il cardinale Bassetti potrà essere l'iniziatore di un nuovo corso. Ma da un improvvisatore come lui c’è da aspettarsi di tutto, visto che nella storia anche recente dell’episcopato italiano, così come dello stesso pontificato, non sono mancate personalità che dovevano essere interlocutorie per via dell’età, e invece hanno lasciato segni profondi. D’altronde lo stesso cardinale Bassetti ha detto che, nella scelta di un 75enne come presidente della CEI, ha scorto la fiducia di Papa Francesco nei confronti dei vecchi e della loro capacità di sognare.
E allora, anche noi, che pure da cattolici lo accogliamo con un sincero benvenuto, ci permettiamo di spendere due parole su quello che sarebbe il nostro sogno. Non tanto rispetto a lui, quanto alla situazione dell’episcopato del nostro Paese. Abbiamo già detto, salutando il cardinale Bagnasco, che il presidente uscente della CEI è stato all'altezza di una situazione che non è delle più felici.
Sono sempre di meno i vescovi italiani che i fedeli cattolici comuni, quelli non particolarmente impegnati nel sociale, ma desiderosi di trovare nella propria diocesi una guida spirituale, sentono veramente vicini al loro cuore. Tante esternazioni di carattere indirettamente politico, unite a una certa riluttanza a riaffermare dalla cattedra episcopale i fondamentali della fede cristiana - che oggi vengono ad essere sempre più sottintesi - hanno fatto sì che molti fedeli si sentano disorientati. Dal nuovo Presidente dei vescovi ci aspettiamo dunque quello che ci si aspetterebbe anche dal titolare della propria diocesi.
Cioè, una guida autorevole, che sappia non soltanto intervenire sui temi sociali, ma soprattutto riportare nel cuore e nella mente dei fedeli la verità di Cristo. Il mistero cristiano non vive unicamente nei luoghi dove si incontrano le nuove povertà, e i disagi sociali. Tante volte, non sono queste le cose che avvicinano o allontanano dalla fede. Le opere sono importanti, ma non sono necessariamente la via che ci porta ad essere Chiesa. Tanti vescovi sembrano averlo scordato nella loro pastorale. Tuttavia, altrettanti non rinunciano al contrario al ruolo di guide spirituali. e noi del Popolo della Famiglia li abbiamo visti all’opera.
Il nostro impegno per una politica più a misura della persona e secondo il progetto di Dio, e dunque in favore dell’uomo, è stato salutato da essi con sincera benevolenza. Non con un’adesione, che noi per primi di certo non ci aspettavamo, perché sappiamo distinguere quello che un vescovo deve fare. Bensì, con un sincero spirito pastorale, che nel momento presente riconosce la particolare importanza di una presenza autonoma di laici cristiani, in quanto tali, nell’agone politico.
Da Gualtiero Bassetti pertanto ci aspettiamo una conferenza episcopale che si avvicini, oltre che ai temi della povertà e dell’esclusione sociale, alle ansie e alle incertezze di un popolo di fedeli sempre più scoraggiato e disorientato. Dai pastori ci aspettiamo che venga illuminata di continuo la luce della verità sull’uomo, che è Cristo.
Non discorsi vani, né eccessiva insistenza su temi che tutto sommato di pastorale hanno poco. Da un improvvisatore come il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha dalla sua l'età della saggezza e dell’esperienza, possiamo aspettarci più di una sorpresa in questo senso. Per questo lo salutiamo con favore, anche perché siamo convinti che la Chiesa italiana si trovi, esattamente come la nazione tutta, in un'età di trapasso. All’esito di quest’ultima il Popolo della Famiglia non potrà che avere un maggiore riconoscimento del proprio ruolo. La comunità dei fedeli cattolici si rende conto di come l’emergenza del momento per il nostro Paese sia principalmente morale, culturale, identitaria.
Siamo sicuri che Gualtiero Bassetti, uomo di Dio e di saggezza, non farà a correre alla nostra chiesa nazionale i rischi della mancanza di chiarezza rispetto allo spirito dei tempi. Questo nonostante il suo mandato sia ragionevolmente destinato a essere limitato nel tempo. Ecco, abbiamo spiegato con franchezza, con parresia in termini cristiani, quello che ci aspettiamo dai nostri pastori. Sappiamo che verremo ascoltati, perché li vogliamo esattamente come li vogliono gran parte dei fedeli che in questo tempo difficile vivono in comunione con la Chiesa. Vicini agli ultimi? No, vicini ai cristiani.

mercoledì 24 maggio 2017

All'altezza della situazione

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 24 maggio 2017)

All’altezza della situazione. Per salutare il cardinale Angelo Bagnasco, che sta per lasciare dopo dieci anni la presidenza della Cei, non ci viene un commento migliore. Nemmeno ci pare il caso di sprecare troppe parole, per elogiare questo cardinale genovese d’adozione, che ha saputo interpretare al meglio il periodo nel quale si è trovato a dirigere tutta la Chiesa italiana.
La sua non è stata una presidenza particolarmente appariscente, e probabilmente lo è stata ancor meno di quello che avremmo ritenuto opportuno. Ma bisogna riconoscere che questo raffinato uomo di Chiesa ha mostrato un’evidente capacità di tenere la barra al centro. Nonostante le tante sconcertanti affermazioni che, in quest’ultimo periodo, abbiamo visto provenire da altri rappresentanti dell’episcopato italiano. Riguardo ai rapporti con la vita politica italiana, e alle tragedie sociali che interessano la penisola in questo momento storico – dalla immigrazione alla povertà crescente – Angelo Bagnasco ha saputo mostrare quella moderazione che troppe volte, al di sotto lui, è mancata. Ma non per questo ha rinunciato a dire quello che la Chiesa italiana non può tacere.
Nella sua ultima prolusione, ha voluto mettere al centro della propria riflessione – quasi un lascito ideale del suo periodo di presidenza – il grido di allarme per la condizione della famiglia in Italia. “Non sostenere la famiglia è suicida” ha dichiarato scandendo le parole. E ancora una volta ha fatto capire che non si tratta soltanto di sostegni economici, ma anche dell’urgenza di rimettere l’istituzione familiare al centro dell’edificio sociale. In questo senso, per l’appunto, non possiamo dire altro che si è trattata di una presidenza all’altezza della situazione.
Ora attendiamo la scelta di Papa Francesco, rispetto alla terna di nomi che gli è stata sottoposta. Conoscendo gli orientamenti del Pontefice e la sua prassi poco rispettosa di tradizioni e formalità, non possiamo sbilanciarci in previsioni. Tuttavia, possiamo azzardare l’identikit del presidente Cei che vorremmo. L’episcopato italiano è diviso, e da una parte rimane sempre presente il rischio di fuga in avanti. Troppe figure emergenti non lesinano le interpretazioni più demagogiche e sconcertanti del presunto “nuovo corso” della chiesa di Francesco, specialmente sui temi sociali. Ma dall’altra parte è innegabile che molti prelati vivano con disagio il momento, e guardino più al gregge dei fedeli, confusi e spaventati per la crisi in corso, che non è solo sociale, ma anche morale e di costumi.
La povertà crescente, unita al disagio per l’immigrazone incontrollata, lasciano le famiglie italiane piuttosto disorientate, rispetto a una Chiesa che talvolta sembra guardare a quanto succede lontano, oltre il mare, piuttosto che nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei nostri cortili. I rapporti della CEI con lo stato italiano, dopo la fine dell’era Ruini, hanno apparentemente perso tensione dialettica. Il cardinale che oggi lascia la guida della conferenza episcopale, come si diceva, non ha mai voluto interferire più di tanto con la politica italiana. E questo nemmeno dopo la fine della – per così dire – diarchia col segretario di stato, Tarcisio Bertone.
Con lo stile di un principe della Chiesa, Angelo Bagnasco non ha tuttavia mai fatto mancare parole chiare riguardo ai temi etici del nostro tempo. La sua indisponibilità ad attenuare i toni riguardo alla rivoluzione antropologica in corso (indimenticabili i suoi interventi riguardo alle unioni civili, con i riferimenti alla finestra di Overton) lo hanno reso relativamente impopolare rispetto al mondo dei media. È probabile che anche nell’episcopato italiano ci sia chi attende per la CEI una guida più appariscente, più “politica” e soprattutto più in linea con presunti nuovi corsi.
Noi auspichiamo invece che la nuova presidenza sia nel solco della tradizione, che vuole il clero italiano impegnato nella difesa dei principi e dei valori. Non ci servono grilli parlanti, riguardo alle soluzioni dei problemi contingenti che riguardano la politica. La Chiesa è una, è la Chiesa di Cristo, ma nella sua presenza storica deve mantenersi fedele alla tradizione che vede nel nostro Paese non solo la culla della cultura cattolica, ma anche la fonte del diritto e della civiltà che difende prima di tutto la vita.

venerdì 19 maggio 2017

Perchè il Popolo della Famiglia? Lo spiega l'Istat...

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 19 maggio 2017)

Tutto tranne la famiglia. La sua crisi è la spiegazione di quasi tutto ciò che accade, e pertanto la politica dovrebbe occuparsene con urgenza. Invece, la maggior parte dei commentatori continua a ignorare il problema. Guardiamo al rapporto Istat 2017, che è stato pubblicato l’altro ieri. Esso conferma quello che stiamo dicendo da tempo, se non altro perché – vivendo l’avventura della famiglia anche nella nostra dimensione privata – lo stiamo sperimentando da anni. Anzi, potremmo dire che le ragioni della nascita del Popolo della Famiglia provengono direttamente da quello che l’Istat ha appena “fotografato”, riguardo all’aspetto l’attuale della nostra società.
Un paese ancora in crisi, dove i giovani non avendo prospettive occupazionali perdono speranza nel futuro, e non trovano stimoli nemmeno dalla scuola. Un paese sempre più anziano, dove un numero impressionante di famiglie tira avanti grazie alla pensione dei nonni. Un paese dove i tradizionali riferimenti sono venuti meno, perché i corpi intermedi che consentivano alle persone di contare su reti di solidarietà stanno dimostrando di non farcela più.
L’Istat conferma che il cosiddetto ceto medio, motore dello sviluppo di ogni paese evoluto, in Italia è il più avvilito ed è ormai insussistente sul piano reddituale. La divisione in classi sociali che aveva plasmato gli schieramenti politici nel corso della cosiddetta “seconda repubblica” sta venendo meno. E’ infatti quasi scomparso quel ceto affluente di lavoratori autonomi, partite Iva, professionisti, che per costruire il proprio domani voleva liberarsi dagli impedimenti dello statalismo.
La crisi economica ha fatto sì che coloro che venticinque fa votavano Berlusconi, perché li liberasse dai vincoli di uno stato improduttivo, oggi si ritrovino ad essere i primi ad avere bisogno di aiuti pubblici. Così, chi nei decenni scorsi era sostenitore del libero mercato, invocato quasi come la panacea di ogni male, oggi è il più indotto a rivedere le sue convinzioni. Il ceto degli intellettuali appare in ritardo nella comprensione di ciò che accade, e questo non è una novità, ma anche la borghesia produttiva, che una volta contrapponeva agli intellettuali la propria vocazione al “fare”, è quasi scomparsa. O per meglio dire, ormai è stata riqualificata come il ceto delle “pensioni d’argento”.
E allora, perché questi fenomeni così avvilenti giustificano una volta di più la nascita del Popolo della Famiglia? Basterebbe uno sguardo in rete ai principali commenti al rapporto Istat 2017, provenienti non solo dalla politica ma anche dal mondo dei media, compresi quelli di ispirazione cattolica. Se le voci tradizionalmente di sinistra si sono concentrate sulla questione dei giovani senza lavoro e delle donne, per dire che avrebbero bisogno di maggiori tutele, al contrario i cattolici hanno preferito parlare dell’aumento delle diseguaglianze. Mentre nel vecchio centrodestra, almeno quello più sedotto dal populismo, si è preferito puntare l’indice contro l’immigrazione non più sostenibile, e i privilegi della vecchia classe politica.
Ben pochi dunque hanno preso il toro per le corna, riuscendo a individuare dove davvero stia il problema. Per questo l’unica risposta politica plausibile è la nostra, quella che ha portato alla nascita del PdF come soggetto autonomo.
Il nostro sistema sociale ha infatti un estremo bisogno di restituire centralità alle famiglie, intese non come luogo affettivo ma come primaria formazione sociale. Occorre cioè rimettere le famiglie in grado di pensare a se stesse e a farsi nel contempo costruttrici di futuro. Non necessariamente ricevendo sussidi, anche se basterebbe ridurre alcuni sprechi nel settore dei servizi alla persona (si pensi alle case-famiglia che ospitano i minori sottratti ai genitori naturali), per liberare risorse che potrebbero servire a istituire subito il reddito di maternità. A parte questo, sarebbe urgente tornare a “capacitare” le famiglie, riducendo gli oneri fiscali, regolamentari, burocratici, che impediscono ad esse di fare rete e di essere centrali educative, oltre che sostegni economici ed esistenziali, per ciascuno dei propri componenti.
E soprattutto, bisognerebbe con urgenza ripensare al divorzio facile e incondizionato, per restituire solidità al matrimonio. Se gli italiani sono sempre più anziani, poveri, sfiduciati e nel contempo anche sempre più soli, ciò avviene perché il matrimonio ormai non garantisce più nessuno. I nostri giovani sono costretti a cercare nelle famiglie di origine le risorse per sopravvivere, appoggiandosi sulle spalle dei nonni. Ma se sono impossibilitati a costruirsi da soli il futuro, ciò avviene anche perché non possono più fidarsi di chi dovrebbe costruire con loro un nuovo nucleo familiare.
Così, sono costretti a vivere in un eterno presente, non fanno figli e non diventano a loro volta padri, perché la distruzione della famiglia naturale ha fatto sì che, in un numero impressionante di casi, loro per primi siano cresciuti senza poter contare su una figura maschile di riferimento. Sostanzialmente, poi, è venuto loro meno anche quel padre figurato che nei decenni scorsi veniva individuato nel moloch statalista.
Ma questo i politici e media non lo vedono nemmeno. Preferiscono parlare di diritti individuali che mancherebbero (omofobia, quote rosa, sussidi all’occupazione il più delle volte inutili e umilianti). E invece avremmo soltanto bisogno di più famiglia, partendo, come si è detto, dalla restituzione di un minimo di normatività al matrimonio. E’ infatti inutile far finta di ignorare quello che anche l’Istat ci ha appena confermato, e cioè che meno matrimoni e più divorzi vogliono dire anche meno nascite, più instabilità per il presente, e minori garanzie per un futuro in cui nessun ente nè pubblico nè privato potrà più finanziare l’attuale livello di welfare.
I giovani non si sposano più, ma non tanto perché manchino soldi e prospettive occupazionali, quanto perché – dentro alle famiglie e non soltanto attorno ad esse – è venuta meno quella solidità e stabilità di rapporti che consentiva a tutti di guardare al futuro con meno angoscia. Per questo i nostri ragazzi preferiscono stordirsi con l’illusione di poter vivere solo per le emozioni individuali, schiacciati in una sorta di eterno presente.
Ma come dicevamo, benché questo sia sotto gli occhi di tutti, la politica tradizionale continua a ignorare la questione familiare. Alla peggio, la nasconde dietro la retorica sulla diseguaglianza, sulla mancanza di lavoro e sui diritti che mancherebbero. Infatti, ieri persino ai più alti livelli istituzionali, anche da parte del mondo cattolico, si preferiva concentrare l’attenzione sulla giornata contro l’omofobia. E la triste realtà fotografata dall’Istat era buona al massimo per i servizi dei telegiornali di seconda serata, senza fare cambiare minimamente l’agenda delle principali forze politiche. Davvero Dio acceca quelli che vuole perdere. E per questo è nata, e sta crescendo nonostante il silenzio dei media, la risposta del Popolo della Famiglia