giovedì 9 febbraio 2017

Il divorzio non è la soluzione. Esperienze in Europa e in Italia

Diretta Facebook di oggi per il Popolo della Famiglia TV.

L'irresistibile sindrome di Tafazzi dei cattolici

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 9 febbraio 2017)

È tutta una questione di ritmo. Lo sapeva bene Tafazzi, il terrore degli spazi, macchietta inventata dal trio comico milanese di Aldo, Giovanni e Giacomo. Lo conoscerete tutti perché è diventato un classico, pur non venendo più rappresentato in teatro da diversi anni. Tafazzi per l’appunto racconta meglio di chiunque altro la condizione in cui versa l’intellighenzia cattolica della nostra epoca.
Infatti, non si tratta soltanto di martellarsi gli attributi, ma di saperlo fare con un ritmo incalzante, che non lasci il tempo di riflettere, proprio come faceva lui. Sembra per l’appunto di risentire il canto da stadio tafazziano, e la cadenza martellante – in tutti i sensi – della sua bottiglia di plastica, leggendo certe pagine della stampa “ufficiale” cattolica. Ecco ad esempio Lucetta Scaraffia, sull’Osservatore Romano del 7 febbraio: “La posizione tenuta da Papa Francesco… nei confronti di grandi temi come l’aborto, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, è stata ferma e coerente con la morale cattolica”. Fin qui tutto normale. Però, e qui comincia a sentirsi il rullo della bottiglia tafazziana, il Santo Padre sarebbe stato soprattutto attento “a non legarsi a scelte partitiche”.
Secondo Lucetta, “in questo modo il Papa ha cercato di strappare i cattolici dall’abbraccio interessato delle destre”. Se le parole hanno un senso, il Santo Padre avrebbe finora agito come un accorto leader di partito. Il suo magistero sarebbe stato condizionato dalla contingenza politica, per evitare di essere confuso con quello di avversari troppo arrembanti. L’obiettivo sarebbe stato quello di non dare sponda ai tanti cattolici che, rispetto ai grandi temi del nostro tempo, in tutto il mondo occidentale si stanno avvicinando alla destra.
E dire che finora avevamo pensato il contrario, che fossero i politici a strumentalizzare il magistero papale. Mai avremmo immaginato che fosse il Papa a inseguire le esigenze della politica, per evitare di sbagliare posizionamento. Aggiunge invece Lucetta che il Papa avrebbe voluto ”sfuggire alla politicizzazione che queste questioni hanno assunto nella vita di molti paesi democratici, per non trovarsi prigioniero di quello che stava diventando, a tutti gli effetti, un appiattimento della Chiesa su posizioni strettamente politiche”. Insomma, par di capire, fin dalle prime battute del suo pontificato il Papa avrebbe previsto dove si stava andando a parare in politica. E si sarebbe mosso in modo da non fare incagliare la barca di Pietro sugli scogli del populismo.
Ma allora – interveniamo noi, avendo nelle orecchie il trionfale canto di Tafazzi – che pensare della Chiesa prima di Francesco? Papa Benedetto e chi era venuto prima di lui forse si lasciavano condizionare dalla politica? Il mite specialista del Logos, con il suo magistero che non temeva di denunciare le derive dell’Occidente moderno, se non avesse abdicato avrebbe finito per diventare inconsapevole araldo dei Salvini e delle Le Pen? Soprattutto - e qui il ritmo delle bottigliate sui propri stessi attributi raggiunge il suo apice - come non concludere, se così stanno le cose, che il Papa attuale sta facendosi dettare dalla politica l'agenda del suo magistero?
E’ tuttavia una visione coerente, quella della Scaraffia, con una certa interpretazione del ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. Solo gli ingenui – e noi, esponenti della cultura pop tafazziana, lo siamo senz’altro – riescono a capirlo grazie alla loro logica elementare, che peraltro li avvantaggia per il Regno dei Cieli. Stiamo infatti parlando della stessa opinionista che, sempre dalle colonne dell’Osservatore Romano, adeguandosi al clima di festa per l’anniversario della riforma luterana lo scorso novembre aveva scritto che “oggi molti dei profondi dissensi che hanno causato la scissione della Chiesa non hanno più ragion d’essere, il problema della salvezza non assilla più nessuno”. A suo dire, non occorrerebbe più interessarsi di “questioni teologiche aperte, come i sacramenti, che non toccano molto i fedeli”.
Secondo questa logica, anzi diciamo pure questo ritmo, la Chiesa del nostro tempo dovrebbe sfuggire sia dalla teologia che dalla politica. Dovrebbe sapersi destreggiare nel mare magnum del caos occidentale, evitando tutto ciò che possa farla apparire schierata con una parte, e quindi di fatto appaltando alla parte avversa il compito di pronunciarsi su quanto avviene nel mondo, e nello stesso tempo non rinchiudendosi nella torre d’avorio delle discussioni teologiche che non interessano i fedeli. Così parlò la Scaraffia, e con lei tanti opinionisti ufficiali del mondo cattolico.
Come dicevamo, è tutta una questione di ritmo. Per questo, noi che non riusciamo a rassegnarci al tambureggiare della bottiglia di Tafazzi, piuttosto che quella dell’Osservatore Romano oggi vogliamo riascoltare un’omelia diversa, ma non meno incalzante. C’è un sacerdote di provincia che, lo scorso 5 febbraio, ha cantato tutta un’altra canzone. Secondo la “Voce di Romagna”, don Giorgio dell’Ospedale – un parroco di Riccione, che il Popolo della Famiglia conosce e apprezza da tempo – durante l’omelia domenicale come da sua consuetudine “non ha parlato né accarezzato ma ha mitragliato”.
Riferisce il quotidiano romagnolo che don Giorgio ha preso spunto dalla “Giornata Nazionale della Vita” per dare addosso a chi si dice cristiano e poi, magari, pratica l’aborto. “Sono in tanti quelli che mi dicono, scusa don Giorgio, sono ormai quasi 40 anni che c’è la legge sull’aborto”. E allora?, ha risposto lui, accalorandosi dall’altare. “La legge sull’aborto esiste da 40 anni ma la legge di Dio è lì da cinquemila anni, come la mettiamo?”
Il parroco riccionese ha rampognato “i cristiani tiepidi”, ricordando che “occorre non confondere la legge civile con quella di Dio: non uccidere è ancora il quinto comandamento, e significa non uccidere la vita anche quando è ancora nel ventre; non sono ammesse deroghe sul punto”. I fedeli di Don Giorgio sono abituati a prediche di questo tipo (e si vede, aggiungiamo noi che li abbiamo conosciuti, dalla formazione e dalla maturità politica che dimostrano, sia come cristiani che come cittadini). Come annota la “Voce di Romagna”, questo semplice parroco è “ormai da mezzo secolo autorevole… guida dei fedeli della sua parrocchia”.
Un vero “martello di Dio” che, con le sue incalzanti omelie, si mostra come un antidoto “alle mezze misure e al perbenismo domenicale, e alla scelta cristiana che più fa comodo come un pellicciotto borghese”. Nella sua infuocata predica di domenica scorsa, don Giorgio ha scandito che “dire no all’aborto significa non scandalizzare i bambini, e consacrare la famiglia come luogo di Dio, dove occorre prendersi cura degli anziani, che non sono rifiuti ma risorse”.
Il cronista della “Voce” ha annotato che tutti i parrocchiani di don Giorgio, “dopo la ramanzina domenicale si sentono un po’ meno giusti”.
Ecco, noi abbiamo voluto contrapporlo ai tafazziani editoriali in stile Lucetta Scaraffia, proprio per dare l’esempio di come la Chiesa del nostro tempo possa fare politica anche senza confondersi con i politici. Senza nascondersi, e nascondere, ciò che è davvero importante. E può farlo bene, grazie ai preti coraggiosi come Don Giorgio, che stanno in mezzo al loro popolo. In fondo, come dicevamo, è solo una questione di ritmo. Basta trovare quello giusto.

sabato 4 febbraio 2017

Se anche i Domenicani si dividono tra loro...

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 4 febbraio 2017)

E poi dice che uno diventa anticlericale. La storia che stiamo per raccontare è il seguito (a lieto fine?) di quanto avvenuto lo scorso 30 ottobre, e cioè di un triste episodio mediatico che i lettori della “Croce” ben ricorderanno.
Padre Giovanni Cavalcoli è un professore dei frati domenicani. Ordine dei Predicatori, secondo la definizione ufficiale. Docente emerito di teologia e di metafisica, è stato a lungo uno degli insegnanti più importanti dello studio domenicano di Bologna e della facoltà teologica dell’Emilia Romagna. Ricorderete che, dopo una sua trasmissione per Radio Maria, si era scatenato un vero e proprio putiferio. Anzi, un vero e proprio agguato della comunicazione laicista, da anni insofferente per gli ascolti – e quindi le potenzialità di raccolta pubblicitaria – che Padre Livio continua a contrapporre alle principali emittenti radiofoniche.
Una considerazione teologica del buon professor Cavalcoli, riguardo a una possibile interpretazione teologica dei terremoti, nella quale mai e poi mai aveva messo in diretta correlazione il recente sisma nell’Italia centrale con la legge sulle unioni civili, lo aveva esposto al linciaggio mediatico. Persino la Segreteria di Stato vaticana si era scomodata per condannare le sue affermazioni, senza nemmeno aver atteso di ascoltarle in versione originale.
La CEI, fedele al nuovo corso di monsignor Galantino, seguì a ruota, e ci fu un vero e proprio diktat per il quale Radio Maria dovette sospendere immediatamente la collaborazione con il povero professore emerito. Nemmeno agli eretici si riservava lo stesso trattamento, visto che l’Inquisizione almeno prima garantiva un processo e la possibilità di difendersi. Gli stessi confratelli domenicani presero subito e pubblicamente le distanze dal loro anziano professore, con un senso del rispetto e della carità che si commenta da solo, nei confronti di chi per decenni era stato uno dei loro docenti più autorevoli.
Ecco, stiamo tornando sopra quella triste storia, perché solo in questi giorni si è scoperto che la pubblica gogna e il ritiro del microfono non erano stati sufficienti per punire il reprobo. Infatti, è trapelato sui social che padre Cavalcoli sarebbe addirittura stato sospeso “a divinis”. Vale a dire che nemmeno la Messa potrebbe più celebrare, né potrebbe più impartire i sacramenti, per essersi azzardato a un’affermazione così teologicamente scorretta. I cattolici più tradizionalisti sono insorti, schierandosi al suo fianco con comunicati furenti, nei quali il trattamento a lui riservato è stato messo in relazione a una campagna di epurazioni che sembrerebbe in atto anche nei confronti di altri eminenti figure tradizionaliste. Vedi le dimissioni del Gran Maestro dell’Ordine di Malta, e la campagna mediatica in atto verso i quattro cardinali che hanno firmato gli ormai famosi “dubia” nei confronti dell’Amoris Laetitia.
I padri domenicani, dal canto loro, hanno subito cercato di silenziare lo scandalo. Padre Giorgio Carbone, altra figura di rilievo dello studio bolognese, ha emesso un comunicato nel quale si affermava perentoriamente che la sospensione a divinis avrebbe potuto essere disposta soltanto da parte del priore provinciale dell’Ordine, e questo assolutamente non risultava. Il comunicato di padre Carbone si concludeva ammonendo i cattolici, da buon predicatore, sul fatto che “dire il falso è peccato”.
Ora, noi del Popolo della Famiglia di Bologna conosciamo personalmente padre Carbone, e la sua assoluta indisponibilità a dare credito alle voci malevole. Quindi, crediamo che sia in buona fede e che non dovrà confessarsi, essendo solo stato male informato, come ha fatto sapere subito a ruota lo stesso padre Cavalcoli. Infatti quest’ultimo ha chiesto personalmente di informare i lettori del suo seguito blog, e ha spiegato in cosa consiste davvero il provvedimento che lo ha colpito. Come da lui stesso ricordato con competenza da professore, la sospensione a divinis per un sacerdote può avere diversi gradi, e la sua è stata “parziale”.
Insomma, per evitare che continuasse a mettere in pericolo l’immagine della Chiesa della Misericordia e dello stesso Ordine dei Predicatori, il provvedimento è consistito “soltanto” nel divieto di presiedere alla Messa e quindi di fare l’omelia; nel divieto di confessare pubblicamente; nel divieto di esercitare il ministero fuori del convento; nel divieto di pubblicare, rilasciare interviste e fare conferenze. A quanto pare, dunque, gli estimatori di padre Cavalcoli dovrebbero poter tirare un sospiro di sollievo, anche se vien da chiedersi che cosa sarebbe capitato in caso di sospensione “totale”. Sembra che l’interessato non l’avesse presa poi così male, visto che nello stesso comunicato affermava speranzoso di “avere ricevuto notizia dai Superiori (con la maiuscola nel testo originale) che entro Pasqua queste misure saranno tolte”. E già il giorno dopo, con un messaggio sul suo profilo Facebook, lo stesso Cavalcoli ha comunicato che la sospensione che doveva essergli tolta entro Pasqua sarebbe stata subito revocata dal priore provinciale.
Soprassalto di misericordia? Oppure un nuovo diktat, per ragioni mediatiche, al quale il buon padre Cavalcoli ha ancora dovuto piegarsi per difendere il buon nome dell’Ordine? Lo scopriremo presto, osservando se l’anziano ma lucido professore tornerà a scrivere e predicare. Comunque sia, a noi che siamo laici e ci occupiamo di comunicazione, resta una bruttissima impressione. Ci chiediamo rispettosamente come oggi la misericordia venga praticata nei confronti di chi mette in discussione una certa immagine della Chiesa.
D’accordo, chi siamo noi per giudicare? Almeno, visto che siamo impegnati per difendere la stessa idea della Verità, ci piacerebbe che una severità almeno analoga venisse adottata per tanti altri soggetti che invece, nella Chiesa contemporanea, sembrano pienamente liberi di affermare quello che vogliono. Anche da pulpiti non meno seguiti dai fedeli e dal pubblico di quanto non lo sia Radio Maria.
Come ad esempio quella suora, guarda caso anche lei domenicana, che dai teleschermi spagnoli ha recentemente affermato che “Giuseppe e Maria essendo innamorati facevano sesso”. Poi ha ritrattato, anche se non si è fatta mancare di osservare che i “conservatori” che l’hanno criticata, e hanno chiesto mediante pubbliche petizioni la sua sospensione dal video, sarebbero nel novero dei “persecutori di eretici, assetati di vendetta e mossi dall’odio”. Poco misericordiosi, sembra di capire. Non in linea con il nuovo corso della Chiesa universale. Chissà quindi cosa ne pensa dei suoi superiori italiani, che governano il suo stesso Ordine dei Predicatori. Per lo meno, qualcuno la informi su chi sia padre Cavalcoli, la cui sospensione “parziale” a quanto pare per lei non verrà.

martedì 31 gennaio 2017

I qundici minuti internazionali di Virginio Merola

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 31 gennaio 2017)

In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti. La famosa frase di Andy Warhol, a lungo interpretata come espressione del sogno americano, sta rischiando un destino beffardo. Infatti, sembra che sarà proprio Donald Trump, il presidente meno amato dagli ammiratori di Warhol, a dargli la più completa attuazione. Infatti, benché appena insediato, il biondo 45mo presidente degli Stati Uniti ha già offerto a una lunga serie di signori nessuno, specialmente europei, un numero enorme di occasioni per dire spropositi che fino a due settimane fa sarebbero stati pietosamente ignorati, mentre oggi finiscono sparati in apertura dei tg e sui giornali.
Vale per politici di terza fila, amministratori locali, blogger altrimenti sconosciuti, gente comune che mai aveva avuto occasione di dire la sua, nonché aspiranti editorialisti che senza l’avvento del Donald continuerebbero ad avere meno di un centinaio di lettori. Un esempio tra i tanti lo stiamo ottenendo dal sindaco di Bologna, Virgilio Merola. Nel giorno delle enfatizzate proteste per il provvedimento trumpiano di restrizione ai visti d’ingresso negli Usa, il primo cittadino bolognese ha infatti conquistato anche lui il suo warholiano quarto d’ora, citando niente meno che il suo omologo di Boston, Marty Walsh. Quest’ultimo ha dichiarato di volere “resistere” al provvedimento sulla immigrazione, rivendicando di essere sindaco di una città dove il 48% della popolazione ha almeno un parente nato all’estero (il che in effetti è singolare, visto che eravamo tutti convinti che a Boston, come nelle altre metropoli americane, la maggioranza dei cittadini fosse nativa e di pelle rossa).
Ora, in un post su Facebook come si usa oggi, Merola non ha mancato di inseguire a ruota il coraggioso collega bostoniano, ricordando che anche lui, “come i sindaci degli Stati Uniti”, dice no a Trump. In effetti, Bologna sembrerebbe per certi versi simile a Boston, visto che il 60% dei residenti è nato in altre città. Non è proprio la stessa cosa, visto che di questi il 15%, quasi 58 mila unità, è straniero ed è arrivato solo negli ultimi anni, soprattutto dalla Romania, dalle Filippine e dal Bangladesh. Marocco e Pakistan sono in quinta e settima posizione.
Ad ogni modo, le risposte al coraggioso proclama di Merola sono subito arrivate dai suoi amministrati bolognesi, che sempre su Facebook gli hanno ricordato, anche in modo colorito, che pure nella città che lui amministra non sarebbe poi così sgradito un provvedimento analogo a quello del Donald. Bologna infatti è in difficoltà da tempo sul tema dell’immigrazione, in quanto solo una parte dei nuovi cittadini sopra citati si sono integrati. La città percepisce un forte aumento di insicurezza, a causa di fatti di cronaca che vedono come protagonisti i più irregolari tra gli immigrati, e hanno fatto precipitare Bologna nelle classifiche sulla qualità della vita. Inevitabile che molti cittadini lo facessero immediatamente notare al sindaco in cerca di notorietà antitrumpiana.
Non è solo Virginio Merola quello che in queste ore sta affannosamente cercando il suo quarto d’ora di luce riflessa, sperando che la popolazione si indigni per quello che avviene negli Usa, piuttosto che per le vicende di casa nostra. Stiamo infatti assistendo, dopo l’insediamento alla Casa Bianca, ad una vera e propria invasione di fake news di provenienza oltreoceanica, al confronto delle quali impallidisce qualsiasi discorso progressista su questa pretesa “postverità” che i cattivi populisti ci starebbero imponendo. Solo sul famoso provvedimento anti-immigrazione, non c’è stato ancora nessuno dei giornalisti mainstream che abbia provato a fare il suo lavoro, facendo notare che non è scritto da nessuna parte che le restrizioni volute dall’amministrazione Trump riguardino gli islamici in quanto tali. E che comunque è nella piena autorità del Presidente degli Stati Uniti bloccare o limitare l’immigrazione da alcuni paesi, per ragioni di sicurezza nazionale. Lo aveva fatto anche Obama nel 2011, sospendendo per sei mesi le domande di asilo dall’Iraq.
Certo, come dicevano gli antichi, “quod licet Iovi non licet bovi” (i liberal sono tutti colti quindi non c’è bisogno di traduzione). Quel che è lecito a un Nobel per la pace, non può esserlo a un bieco populista. Ma ciò non toglie, quanto al fatto che solo alcuni paesi, e non altri, siano stati inseriti nella lista, che si tratta di una scelta spiegabile proprio con l’esigenza di rivedere la politica generale statunitense dei visti migratori. Infatti, se l’Arabia Saudita, il Pakistan, il Qatar non sono stati interessati dal provvedimento, è stato soltanto perché con essi le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti funzionano regolarmente, a differenza di quanto avviene con Iran, Iraq, Siria, Sudan, Libia, Somalia e Yemen, dove è forte l’infiltrazione jihadista e i rapporti con gli Usa sono in crisi da tempo.
Dunque, nessun legame con gli interessi privati di Trump, come alcuni cercatori di notorietà stanno cercando di insinuare anche sui tg nazionali, con la compiacenza dei conduttori. Tra l’altro, il fatto che i sette paesi interessati siano islamici non meno di quelli esclusi dalle restrizioni, di per sé smentisce chi sostiene che si tratterebbe di un provvedimento su base religiosa. Inoltre, è chiaro che si tratta di un provvedimento transitorio, e quindi coloro che stanno già parlando di ricorsi alla Corte Suprema semplicemente non sanno quello che dicono. Le proteste negli aeroporti, a quanto pare, sembrano molto più contenute di quello che la stampa in Europa sta cercando di far credere. Lo stesso vale per il caos che si sarebbe creato, visto che in poche ore quasi tutte le situazioni dubbie si sarebbero risolte.
Certo, in un Paese come il nostro, dove persino il più ascoltato giornale radio della Rai questa mattina ha aperto suonando “Imagine” di John Lennon, per stigmatizzare le scelte di Trump, non si può più sperare in un minimo di decenza da parte del mondo dell’informazione e degli opinionisti. Per questo è sempre più inevitabile che i cittadini continueranno a non fidarsi della stampa mainstream, come dimostra il crollo delle vendite e degli ascolti. Comunque sia, con quanto sta accadendo in America il razzismo e la cosiddetta islamofobia veramente non c’entrano nulla.
Anche se, già che ci siamo, si impongono alcune domande che di certo non sentirete mai pronunciare in tv. Come mai Justin Trudeau, il giovane premier canadese, prima ancora di avere raccolto informazioni complete sulla strage nel Québec, ha subito parlato di “terrorismo antiislamico”? Per anni è stato proibito agli uomini di governo e all’informazione anche solo accennare a una matrice “islamica”, riguardo agli attentati terroristici che hanno finora insanguinato l’Occidente.
Come mai, dunque, solo in Europa a commettere gli attentati sono “singoli squilibrati” che non c’entrano con la religione, mentre la matrice islamofobica può essere subito sicuramente affermata, quando le vittime sono dalla parte della mezzaluna? Di certo, Trudeau non dovrebbe avere avuto bisogno del suo quarto d’ora di celebrità. Ma si vede che la tentazione è stata irresistibile anche per lui. I cittadini del suo e del nostro Paese, in ogni caso, continuano a non bersela, e presto ne avremo altre dimostrazioni.