mercoledì 4 ottobre 2017

La visita di Papa Francesco a Bologna

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano del 4 ottobre 2017)

Inutile far finta di niente, la visita di Papa Francesco a Bologna non è piaciuta a tutti. Non ne troverete traccia sulla stampa ufficiale, ma se ascoltaste la voce dei cittadini bolognesi sentireste opinioni tutt’altro che unanimi. E non soltanto tra gli anticlericali, gli agnostici o i credenti tiepidi, che pure si sono ampiamente lamentati per i disagi e per le spese, come era prevedibile, visto che Bologna non è Roma e quindi non è abituata ad ospitare grandi manifestazioni. Nemmeno tra i comuni fedeli e il clero locale, dove le critiche a mezza bocca nei confronti dello stile del Pontefice già si sprecavano, la scelta di organizzare un pranzo per i poveri di tutte le religioni dentro la basilica di San Petronio è piaciuta granché.
Pare che Matteo Zuppi, che ha palesemente voluto riprendere un uso già diffuso nella comunità di Sant'Egidio, abbia dovuto spiegarsi a lungo presso la curia della quale è divenuto arcivescovo, per superare i malumori. Anche se difficilmente, se non conoscete un po’ il giro, ne sentirete mai parlare. In fondo, Bologna è città guelfa e clericale per eccellenza, e quindi da sempre è molto paludata su queste cose. È vero che, per le scienze religiose, questa è la città che dà il nome alla scuola di pensiero più progressista che ci sia. Il grande cardinale Giacomo Biffi, scherzando ma non troppo, diceva che “il comunismo sarebbe caduto solo con la morte dell’ultimo parroco di Bologna”. Tuttavia, nei fatti, lo stile curiale felsineo è improntato a una grande prudenza istituzionale, e pertanto difficilmente troverete nel clero qualcuno disposto ad esporsi più di tanto in certe critiche. Come del resto è giusto che avvenga per salvaguardare l’unità della Chiesa.
Noi del Popolo della Famiglia su queste questioni possiamo sempre cavarcela ricordando, giustamente, che il nostro movimento è politico e non ecclesiale. La nostra ispirazione cristiana attira anche molti non cattolici, protestanti, ortodossi e pure persone di altra sensibilità religiosa. Quindi sarebbe fuori luogo schierarci nella polemica in corso tra i papisti ad oltranza e quelli che si sentono a disagio per tanti aspetti del pontificato attuale. Tuttavia, come dicevamo, a un certo punto fare finta di niente diventa controproducente. È lo stesso principio che applichiamo rispetto a tante cose che davvero non convincono nella Chiesa italiana di oggi, e che abbiamo sempre denunciato senza peli sulla lingua. Se non si può dire che il PdF sia confessionale, ancor meno si può affermare che abbia uno spirito clericale. E allora, non nascondiamoci nemmeno per questo caso.
Intanto, mettiamo in chiaro che non è vero che le mense per i poveri allestite all’interno delle chiese siano mai state una tradizione cattolica. Certo, in età medievale e ancora fino al ‘600, dentro alle chiese avveniva di tutto. Viene in mente la prima novella del Decamerone di Boccaccio, dove Ser Ciappelletto si confessava per burla allo scopo di acquisire odore di santità, e essendosi accusato di aver una volta osato sputare in chiesa, si sentì rispondere dal frate confessore che “cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo”.
Infatti, soprattutto nelle grandi cattedrali e nelle basiliche che erano particolarmente espressione dell’orgoglio della comunità civica - come appunto è San Petronio a Bologna - la cittadinanza in passato non si faceva troppi problemi a usare le grandi volte degli edifici sacri nello stesso modo con cui gli antichi romani usavano le loro basiliche. Ci intrattenevano affari, riunioni pubbliche, e qualche volta persino ci scappava che venissero riadattate a mensa e dormitorio per i poveri. Ma il punto non è questo. Chi sa interpretare con intelligenza la tradizione cattolica, ben comprende che non si tratta di un bazar dove tutto quello che in passato si è fatto possa essere recuperato. La tradizione, al contrario, è un corpo vivente dove - come in ogni organismo - esiste un processo di maturazione, una crescita, e una direzione di marcia che fa sì che non tutto quello che è stato sperimentato poi venga mantenuto.
Questo vale anche per l’uso delle mense dei poveri, che in realtà erano state allestite all’interno delle chiese soltanto in rarissimi casi del tutto eccezionali. E a maggior ragione, su questo tema sarebbero da evitare similitudini assurde con l’ultima cena, e con il preteso significato conviviale dell’eucaristia, che già di per sé avrebbe un sapore tipicamente protestante. Soprattutto perché l’indignazione maggiore, nel caso in questione, si è sviluppata per il fatto che si sia voluto servire - da parte delle cooperative rosse che hanno organizzato il servizio di catering - un menu “halal”, senza tortellini né mortadella, per via dell’esplicita intenzione di invitare a frotte i musulmani che vivono nei centri di accoglienza. Questi ultimi, tra l’altro, a Bologna spesso sono gestiti da coop dello stesso colore.
Dunque, per chi conosce la storia del cristianesimo, e il significato della libertà che Cristo ci ha conquistato rispetto alle regole di purità rituale delle religioni antiche, in questa occasione c’è stato molto altro che non il decoro, per storcere convintamente il naso. E poi, per i bolognesi, la mensa dentro a San Petronio non è stata l’unico motivo di perplessità suscitato dalla visita papale. Inutile nasconderci che la scelta di Francesco di fare la prima tappa del suo viaggio nel grande hub che raccoglie i migranti è stata, a dir poco, motivo di grande imbarazzo e delusione per tanti cittadini. Le famiglie cristiane, con le quali non c’è stato alcun incontro ufficiale, si sono sentite una volta di più abbandonate. Così come i malati, e coloro che appartengono ai ceti impoveriti della popolazione residente.
Lungo la strada che Francesco ha percorso per arrivare a San Petronio, provenendo dal centro di raccolta dei migranti, si trova l’ospedale Sant’Orsola, che è tra i più grandi d’Europa. In esso, vi è un centro oncologico pediatrico all’avanguardia nel mondo, e una visita per i bambini quivi ricoverati non sarebbe apparsa fuori luogo. Invece, visto il tempo perduto nell’incontro coi migranti, il trasferimento in piazza Maggiore è stato percorso a velocità sostenuta, così che i fedeli assiepati lungo i chilometri di transenne - che erano state allestite con discreto sforzo e spesa dal Comune, affinché più gente possibile potesse veder passare la papamobile - hanno fatto più fatica a scorgere la veste bianca di Francesco di quanta non ne avrebbero fatta se si fosse trattato del giro d’Italia. Hanno infatti aspettato per ore sotto la pioggia, solo per intravederlo senza poter ricevere la sospirata benedizione.
Anche questi fedeli si sono sentiti un po’ trascurati, ma possono essere piccole cose. Quello che conta è che il disagio di tanti credenti, rispetto a certe scelte terzomondiste della presunta “nuova Chiesa” di Francesco, anche a Bologna è veramente palpabile. Nasconderlo dietro al normalismo o alle alzate di spalle, anche da parte di chi non eccede nelle professioni di fedeltà al Papa, non ha molto senso e non favorisce nemmeno la comunione ecclesiale. Questa è la città che ha ospitato per decenni il ministero di grandi cardinali come Giacomo Biffi e, da ultimo, Carlo Caffarra. Noi del Popolo della Famiglia ricordiamo spesso le parole profetiche del primo sul tema dell’immigrazione islamica. Siamo sicuri che una scelta come quella del pranzo dei poveri in San Petronio, sotto il loro episcopato, sarebbe stata a dir poco inconcepibile.
Certo, non va scordato che fu lo stesso Biffi, incurante delle polemiche che anche all’epoca vi furono, ad aprire le porte di una chiesa poco utilizzata del centro storico per riparare i senza tetto dal grande freddo invernale. Chi scrive lo sentì personalmente affermare che non poteva rimanere indifferente al bisogno dei fratelli più poveri. Ma appunto, si trattò di un caso eccezionale che fu realizzato con attenzione al decoro del luogo sacro.
Nello stesso tempo, sappiamo tutti quanto abbia avuto da soffrire il cardinale Caffarra, negli ultimi anni della sua vita, per la confusione crescente nella Chiesa, e per non aver ottenuto alcuna risposta - e molta irriverenza da parte dei soliti curiali - riguardo ai suoi rispettosi dubbi. E il tema, lo sappiamo, non è di poco conto, perché si tratta di indissolubilità del matrimonio, e quindi di un argomento non solo teologico, bensì rilevantissimo anche per l’azione politica di un movimento come il nostro, che mette al centro l’esigenza di riportare la famiglia alla base dell’organizzazione della società.
Non bisogna cedere agli estremismi. Ma nascondere il disagio di tanti nostri militanti su questi argomenti, rischia di farli sentire abbandonati ancor più di quanto già non si sentano, per il fatto di vivere l’avventura della famiglia nel loro privato. Se hanno scelto, e sceglieranno sempre più il Popolo della Famiglia mano a mano che riusciranno a conoscerlo, ciò avverrà anche se sapremo trattare questi motivi di perplessità con la franchezza che si aspettano da noi. Dire con chiarezza quello che i più non dicono, in fondo, è ciò che maggiormente contraddistingue il nostro movimento. Quindi, senza esagerare, non è che Bologna valga bene una messa. Anzi, visto che è proprio il contrario, non ci si chieda di rinunciare alla sacralità della messa per ragioni di opportunità politica.

domenica 24 settembre 2017

Ricostruire la cultura del matrimonio

L'incontro di presentazione del saggio "La Cultura del Matrimonio" a Riolo Terme, il 24 settembre 2017, nell'ambito della Festa Nazionale de "La Croce Quotidiano".

mercoledì 6 settembre 2017

Requiem per un grande italiano cardinale

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano del 7 settembre 2017)

Se ne è andato in silenzio, così come avrebbe voluto vivere gli ultimi anni della sua vita. Lo aveva dichiarato proprio lui, il cardinale Carlo Caffarra, al momento di lasciare l’incarico di arcivescovo di Bologna. Dal pulpito della cattedrale, nel discorso di commiato, aveva infatti detto testualmente che avrebbe vissuto i suoi ultimi anni nel silenzio e nel nascondimento, dedicandosi soltanto alla preghiera e agli studi.
Era infatti sinceramente desideroso di non fare ombra al suo successore. Durante la sua lunga carriera, Caffarra non incontrò mai di persona Matteo Zuppi, che lo ha avvicendato sulla cattedra di San Petronio. Troppo grande la differenza di età, di storia personale e di studi. Ma dopo averlo conosciuto, al momento di consegnargli l'incarico, disse con sincera e nobile umiltà di averne ricevuto una ottima impressione, per cui i bolognesi sarebbero stati in buone mani.
In quel momento l’emerito arcivescovo Carlo Caffarra, cardinale presbitero di San Giovanni Battista dei Fiorentini, che aveva ricevuto la porpora da Benedetto XVI nel 2006, di certo non poteva nemmeno immaginarsi che nella Chiesa universale e sulla stampa, pure su quella laica, nonostante il suo pensionamento si sarebbe ancora parlato così tanto di lui.
Il Signore lo ha chiamato al cielo senza avergli risparmiato, quasi come una purificazione, le calunnie e le infamie di coloro che hanno voluto descriverlo, con inqualificabile malevolenza, come un traditore e un ribelle nei confronti dell'autorità del Papa. Proprio lui, che nella fedeltà eroica alla sede apostolica, oltre che nell'amore per la sana dottrina cattolica, aveva speso nello studio accademico e nella predicazione gli anni migliori della sua vita.
Chi scrive, essendo bolognese, se lo ricorda bene nel momento in cui, nel 2003, assunse la cattedra episcopale a Bologna. San Giovanni Paolo II, che lo nominò, lo aveva già voluto da più di vent'anni come primo presidente dell'istituto che il grande pontefice aveva creato per la difesa delle ragioni della famiglia e della vita. Pertanto don Carlo Caffarra era giunto a Bologna già carico di sapienza e di onori, ampiamente meritati per la difesa intransigente delle ragioni dell'amore umano, della famiglia, del matrimonio e della vita. Salendo sulla cattedra di San Petronio, che secondo la tradizione gli valse da lì a qualche anno la porpora cardinalizia, Caffarra raccolse l'eredità di un altro grandissimo arcivescovo come Giacomo Biffi, che già all'epoca era diventato come l'icona di un leone ruggente, nella difesa della cattolicità e della ragione umana.
I bolognesi videro subito la differenza di carattere e di modi tra i due. Il cardinale Biffi era arguto, ironico, all'occorrenza impavido, e non si tirava mai indietro nel rispondere con graffiante puntualità a tutti coloro che combattevano non solo le ragioni della Chiesa, ma anche quelle del bene comune della società. L'arcivescovo Carlo Caffarra invece, e lo si vide subito, praticava uno stile più mite, riflessivo e professorale. Le sue omelie erano più distaccate e insieme rigorose, dense di filosofia teoretica, ma non per questo meno comprensibili o meno implacabilmente coraggiose. Lo stesso Giacomo Biffi lo aveva fatto intendere, nel salutarlo come successore, che sarebbe stato un vescovo diverso da lui. Pur ricoprendolo di lodi, scherzò sul fatto che il suo unico difetto era quello di essere milanista (Biffi era invece un appassionato tifoso dell'Internazionale, e non lo nascose mai per compiacere i fedeli bolognesi, il cui provincialismo su queste cose non scherza).
Ma la diversità di stile non impedì a Carlo Caffarra di conquistare in breve tempo i cuori dei suoi fedeli. La cattedra di San Petronio, nonostante le tradizioni guelfe e papaline della città, o forse proprio a causa di esse, da molti decenni è dotata di una sua originalità. Sembra che, come del resto avviene anche in altre grandi diocesi, non ci sia mai una reale compenetrazione tra l'arcivescovo e la sua curia. Il cardinale e i suoi preti sembrano essere sempre l'espressione di due mondi autonomi, che difficilmente si incontrano.
La curia felsinea va sempre un po' per conto proprio, e di solito è sempre un po' più progressista o un po' più conservatrice del titolare della cattedra episcopale. Ai tempi del cardinale Lercaro la curia era un po' più di destra, se così si può dire, ma da allora in poi è sempre stata implacabilmente più disponibile verso le ragioni della sinistra. Senza mai venir meno a un certo spirito peculiare, che come dicevamo è guelfo e papalino, e quindi ha sempre un fondo di conformismo e di paludamento istituzionale.
Bologna, del resto, è un capoluogo che non è mai stato capitale, tranne che per certe avventure sinistreggianti. Ancora oggi è la sede di quell'Istituto di scienze religiose Giovanni XXIII, che è un po' la mecca del cattolicesimo "adulto" e progressista, in nome del quale continua a lucrare numerosi contributi pubblici. Il cardinale Caffarra lo sapeva, e anche per questo spese i suoi anni di servizio vescovile nella difesa delle ragioni della famiglia, del matrimonio, della vita.
Se il predecessore Giacomo Biffi era entrato nella storia anche per la fulminante definizione di Bologna come città "sazia e disperata" (battuta che lui stesso precisò che era riferita all'intera regione), Carlo Caffarra invece si distinse per la capacità di cogliere, con rigore filosofico, il punto della grande questione che tuttora devasta la nostra società.
Sua infatti fu la frase sul "desiderio che diventa diritto" come "grande metastasi" delle società occidentali, che gli valse fin dal momento in cui venne pronunciata attacchi furiosi da parte delle sinistre, non solo omosessualiste, che riconobbero subito in quelle parole un potente ostacolo alla realizzazione del loro programma. In entrambi i casi si trattò di frasi un po' rubate, pronunciate fuori contesto. Ma per Caffarra, così come era stato per Biffi, non fu l'ultima volta nella quale gli ammonimenti pronunciati dalla cattedra di San Petronio suonarono come vere e proprie rampogne nei confronti della politica cittadina e regionale, per l’aperta ostilità di quest’ultima verso le ragioni della vita e della famiglia.
Da ultimo, essendo già arcivescovo emerito, segnalò anche a noi del Popolo della Famiglia, assieme a tutti i fedeli di buona volontà, l'esigenza di contrastare le politiche regionali di finanziamento con denaro pubblico delle "banche del seme" per la fecondazione eterologa. Noi abbiamo subito accolto l'appello, e del resto il nostro Mirko De Carli, quando fu candidato sindaco a Bologna, aveva tratto dagli allarmi in precedenza lanciati proprio dal cardinale Caffarra numerosi punti del suo programma elettorale.
Una volta lasciata la cattedra episcopale, come si è detto, questo grande studioso e pastore si era ritirato nel nascondimento, presso la villa del seminario che si trova sulle prime colline di Bologna. Ma non rinunciò del tutto a far sentire la sua voce, anche se probabilmente non avrebbe mai voluto doverlo fare.
Il fatto di aver cercato di aiutare il Papa Francesco mediante la formulazione dei famosi "dubia", lui che aveva dedicato tutta l'esistenza alla causa della famiglia e del matrimonio, lo ha esposto agli attacchi malevoli e scomposti di quelli che tutto sommato si possono considerare i suoi avversari di sempre. I progressisti, i cattolici "adulti", che a Bologna come dicevamo vivono e si muovono come in una specie di enclave separata dalla curia.
Probabilmente il cardinale Carrara ha avuto da soffrire molto per gli attacchi che gli sono stati rivolti, e lui stesso in un'altra precedente occasione, prima ancora di lasciare l'incarico di arcivescovo metropolita, aveva detto che avrebbe preferito che si raccontasse che aveva un'amante, piuttosto che lo si dipingesse come un avversario della sede apostolica.
Ora la sua nascita al cielo ce lo riconsegna nel ricordo, come un gigante della teologia e della filosofia morale, oltre che come un pastore appassionato, mite e leale verso la Chiesa e il suo popolo. Il suo decesso improvviso rinnova l'invito a vergognarsi, ai tanti volgari praticoni della teologia e del giornalismo sulle cose ecclesiastiche, che hanno cercato di calunniarlo come una sorta di cospiratore, o nel migliore dei casi lo hanno dileggiato come un anziano rimbambito.
C'è da essere certi che, con il suo carattere mite, il cardinale Carlo Caffarra li avrà perdonati da tempo e avrà pregato per loro. Da ultimo, ricordava volentieri come ancora nel 1981, non appena ottenuta da Giovanni Paolo II la nomina a primo presidente dell'Istituto Pontificio per la Famiglia e la Vita, aveva avuto l'impulso di scrivere a suor Lucia, la veggente di Fatima. Questa inaspettatamente gli aveva risposto in breve tempo, profetizzandogli che l'attacco finale di Satana contro la Chiesa e l'umanità sarebbe stato concentrato proprio sulla famiglia e il matrimonio.
Il Signore non ha risparmiato a questo suo fedele servo di vedere, mentre ancora era su questa terra, l'avveramento progressivo della terribile profezia. Ma ora il cardinale Caffarra ci precede in cielo, e già vede in Dio il trionfo del cuore immacolato di Maria, che proprio le apparizioni di Fatima, delle quali quest'anno ricorre il centenario, ci annunciano come imminente.
A noi rimane l'esempio di questo grande italiano cardinale, successore di San Petronio, mite e nello stesso tempo coraggioso pastore, campione di teologia morale e di rigore filosofico. Il centenario di Fatima ce lo consegna al ricordo come un maestro di sana dottrina, e come un grande testimone del nostro tempo che ha combattuto fino all'ultimo la buona battaglia.