mercoledì 29 marzo 2017

Benedizioni a scuola: vince la ragione

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 29 marzo 2017)

Una volta tanto una buona notizia che viene dalla magistratura. Dopo tante sentenze creative, contro la volontà del legislatore e quindi del popolo sovrano, per una volta alcuni giudici italiani hanno operato nel segno del buon senso. Il Consiglio di Stato ha infatti appena dato ragione a quei pochi che ancora non rinunciano, per il bene di tutti, a chiedere la salvaguardia di un piccolo spazio per Dio nella vita pubblica.
Ricostruiamo dunque la triste storia che aveva visto tra i protagonisti, nostro malgrado, anche noi del Popolo della Famiglia di Bologna. C’era infatti stata un anno fa una sentenza del Tar, contro la quale il nostro partito, appena nato, non aveva mancato di fare sentire la propria voce. L’aveva ottenuta un comitato di insegnanti cittadini, che con puntigliosità degna di miglior causa – sostenuta dagli immancabili Cobas e dai politici di Rifondazione Comunista – si era strenuamente opposto alla possibilità di fare celebrare le benedizioni pasquali nelle scuole.
Nonostante si trattasse di un momento tradizionale della vita scolastica, che ognuno di noi ricorda fin dall’infanzia, a un certo punto il Consiglio di Istituto delle scuole bolognesi Carducci, Fortuzzi e Rolandino (sia elementari che medie) aveva dovuto condurre una battaglia legale per consentire le benedizioni pasquali del 2015. Il Consiglio di Istituto sulle prime aveva provato a tirare diritto, nonostante l’opposizione del comitato laicista “Scuola e Costituzione”, autorizzando il rito fuori dall’orario scolastico.
Ma i tenaci oppositori, ricorrendo al Tar, per il 2016 erano riusciti ad averla vinta, sulla base dei soliti cavilli riguardanti il cattolicesimo che non è più religione di stato, la scuola che è pluralista, ecc. ecc. Così, all’improvviso, i poveri parroci del quartiere che – come ogni anno – si volevano presentare a scuola nel corso del consueto giro di benedizioni pasquali casa per casa, l’anno scorso si erano visti messi alla porta.
Della polemica politica che era sorta ne aveva scritto persino il New York Times. Infatti, la vicenda ha avuto risvolti singolari che potevano verificarsi solo a Bologna, città sempre combattuta tra la ferocia del laicismo comunista e un certo clericalismo papalino. Il presidente dell’istituto comprensivo che aveva voluto tirare diritto era infatti niente meno che Giovanni Prodi, nipote del più famoso Romano, e quindi uno dei tanti esponenti di una famiglia che di clericalismo in salsa bolognese se ne intende.
Non erano a suo tempo mancati momenti farseschi, con la maestra Monica Fontanelli – vera e propria pasionaria del laicismo anti-benedizioni – che aveva parlato di “teatro dell’assurdo” e di “clima di intolleranza”, e nel frattempo aveva annunciato la battaglia di “chi ha esercitato i propri diritti costituzionali ricorrendo al Tar”.
Con un volantinaggio fuori dalle scuole Carducci di Bologna, all’epoca dell’accoglimento di questo famigerato ricorso, noi del PdF eravamo stati gli unici a difendere le ragioni del buonsenso e della libertà di insegnamento. E visto il clima che si respirava, non era stato facilissimo opporci alla rabbia dei – peraltro pochi – insegnanti ideologizzati che volevano espellere dalla scuola il breve rito della benedizione.
Ma in quella occasione abbiamo verificato che i genitori erano quasi tutti con noi. Nessuna delle famiglie reali che avevano assistito allo scontro ideologico sulla pelle dei loro bambini, per soli pochi minuti di benedizione pasquale, era disposta a avallare il puntiglio dei docenti laicisti. La stessa amministrazione scolastica aveva fatto quindi ricorso alla suprema magistratura amministrativa. E ora, sperando di essere ancora in tempo per la Pasqua del 2017, ha ottenuto soddisfazione dal Consiglio di Stato. Quest’ultimo ha infatti stabilito che, laddove le cerimonie avvengano su base volontaria e senza limitare lo svolgimento delle lezioni, è irragionevole considerare la preghiera o le benedizioni pasquali come attività diseducative.
Che dire ora, dunque, se non che abbiamo vinto! Tutto il Popolo della Famiglia non nasconde l’entusiasmo per la notizia, anche se rimane un po’ di amaro in bocca, perché quanto accaduto a Bologna negli ultimi due anni è davvero surreale. Le liti letterarie tra Don Camillo e Peppone, almeno, avevano un sottofondo di umanità. Nelle scuole elementari e medie del quartiere Santo Stefano a Bologna, invece, si è combattuta una battaglia di cavilli e di muro contro muro che di umano ha avuto ben poco.
Il Consiglio di Stato ha detto la parola fine alla vicenda, semplicemente affermando un principio di civiltà e di buon senso. Del resto oggi nella scuola pubblica, se si ha il consenso di gruppi di pressione che hanno quasi sempre ottime sponde nella politica di sinistra, si può fare di tutto, dentro e fuori gli orari destinati alle materie curriculari. Qui in provincia di Bologna, noi lo sappiamo bene, è sempre più difficile tenere fuori dalle aule gli assalti dei propagandisti della ideologia gender, contro i quali ovviamente i vari comitati per la Costituzione non hanno mai nulla da dire, perché evidentemente la loro lettura della sacra carta fondamentale della Repubblica si ferma assai prima dell’art. 29.
E’ una storia risaputa, ma in ogni caso a Bologna non si era mai arrivati a voler proibire il tradizionale momento di preghiera che precede le vacanze di Natale e Pasqua, come se si trattasse di un disvalore. Nemmeno le famiglie dei bambini musulmani si erano mai opposte, e difatti il Consiglio di Stato ha giustamente affermato che la scuola pubblica si dovrebbe aprire anche a momenti di preghiera di altre confessioni, purché ragionevolmente proposti. In questo modo si potrebbe venire incontro anche alle esigenze dell’integrazione.
Preghiere e benedizioni devono infatti essere sempre considerate un fatto positivo, anche per chi non è credente, perché sono comunque buoni auspici che combattono l’odio. Eppure, noi del Popolo della Famiglia di Bologna siamo ormai abituati a vedere come il peggiore fanatismo ideologico abbia dilagato per le scuole del nostro territorio ancor più che in altre parti d’Italia. Con la scusa della non discriminazione, la mentalità politicamente corretta qui riesce a far passare le peggiori nefandezze ideologiche.
Ovviamente, questo non avviene solo nella scuola, ma è qui che si producono i peggiori danni perché si influisce sulla formazione dei cittadini del futuro. Pensare che la preghiera e persino la benedizione per le feste di Pasqua e Natale siano un’attività diseducativa, quando nella scuola per altri versi si fanno passare come positivi certi messaggi che le famiglie non vorrebbero mai, specie in materia di gender e di educazione sessuale, è una truffa bella e buona.
Per fortuna noi del PdF, durante la nostra battaglia, abbiamo incontrato tanti genitori che si sono sempre opposti a questa deriva, seppur faticando a farsi sentire. Gli immigrati di religione islamica, per non parlare degli ortodossi, in alcuni casi sono stati i più coraggiosi ad opporsi, e a venire allo scoperto dicendo che proprio non capivano il motivo per cui gli italiani volessero rinnegare così la propria identità.
E così sono stati proprio gli stranieri a darci la più lampante dimostrazione di come quella contro le benedizioni nelle scuole sia stata una delle peggiori battaglie di retroguardia. Chi si è battuto per proibirle, è mentalmente rimasto indietro di secoli, ed è tuttora in posa col moschetto a farsi fotografare sopra la breccia di Porta Pia. In realtà, ritrovare il senso dell’identità cristiana del nostro Paese, anche nelle scuole, serve solo a rendere più sostenibile l’integrazione. E se si perde il senso della nostra civiltà, il risultato sarà inevitabilmente quello di favorire la costruzione dei tanto temuti muri. Perché in effetti, in un momento in cui si parla tanto di costruire ponti, sono proprio questi atteggiamenti oltranzisti i più refrattari alla comprensione reciproca.
E’ spaventoso l’atteggiamento ostinato e puntiglioso dei ricorrenti del comitato di insegnanti, che non a caso adesso vorrebbero addirittura tentare la via della giustizia europea. Ci sarebbe da chiedersi per quale motivo si debba avere paura di un gesto come la benedizione, che di certo non può danneggiare alcuno né risultare diseducativo.
Purtroppo, la risposta è implicita ed è significativa dell’atteggiamento che più volte abbiamo definito “cristofobico” da parte di tante realtà sociali, che in Emilia Romagna sono particolarmente diffuse. Questo rende ancora più chiara e irrinunciabile la nostra battaglia. Si tratta di difendere l’identità cristiana come uno dei valori fondamentali senza i quali l’intera nostra civiltà non avrà futuro. Questo passa anche per la capacità della società civile di isolare fenomeni di accanimento come quello in questione. Pertanto, per il momento godiamoci questa decisione di buonsenso del Consiglio di Stato, che in una realtà come quella della nostra regione purtroppo era tutt’altro che scontata.

martedì 21 marzo 2017

Il Popolo della Famiglia per le strade

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 21 marzo 2017)

Un popolo che scende in campo per dire no. Nelle piazze, nelle strade, e in mezzo alla gente. Senza paura, senza rinunciare mai a farsi sentire. E’ così che il nostro movimento sta continuando a crescere, con l’unica arma di cui dispone, che è la libertà di non tacere.
Lo scorso fine settimana, come vedremo, noi del Popolo della Famiglia abbiamo avuto l’ennesima prova di essere protetti da una benedizione che non viene solo dall’alto. Le nostre buone ragioni risultano infatti avvalorate e difese anche in una dimensione puramente “orizzontale”, per così dire, che poi è quella della buona politica.
Se da parte nostra si vince la paura di apparire pochi e disprezzati, e si scende in piazza con la sola forza delle nostre idee, subito si riscopre di non essere semplicemente “gente”, bensì di essere un popolo. Anzi, di essere un popolo atteso dalla gente, che grazie alla nostra determinazione sta riscoprendo che c’è ancora spazio per affermare nella politica le ragioni della civiltà. Senza arrendersi ai continui arrembaggi in corso contro la dignità della persona umana, della vita e della famiglia naturale.
Così per l’appunto è avvenuto lo scorso fine settimana, in diverse piazze dell’Emilia-Romagna, grazie alla campagna avviata dai circoli regionali del Popolo della Famiglia. A Bologna, a Ravenna, a Imola e Pianoro, così come in altre località che si sono unite a queste – o vi si uniranno nei prossimi fine settimana – siamo scesi nelle piazze con gazebo e volantinaggi per dire no al finanziamento pubblico della fecondazione eterologa voluto dalla Regione Emilia Romagna.
Era stato un pastore coraggioso come il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, a lanciare per primo l’allarme. “Le donne non sono cave di estrazione”, aveva tuonato, e quindi non è accettabile che gli enti pubblici intervengano a promuovere addirittura con campagne pubblicitarie un certo utilizzo commerciale del corpo umano, specie femminile.
Non è ammissibile che vengano finanziate con i soldi pubblici le lucrose attività dei centri di fecondazione assistita, cercando di convincere la gente a donare loro – non si sa fino a che punto gratuitamente – gameti e ovuli. Affermare questo diventa ancor più tragicamente urgente, se si considera che, nello stesso tempo, nella regione Emilia Romagna si sono perduti numerosi “punti nascita”. Infatti, il taglio delle spese nella sanità pubblica sta rendendo sempre più carente il servizio in favore delle future mamme che vogliono partorire senza doversi recare lontano da casa.
Ricordiamoci sempre che la fecondazione eterologa nel nostro Paese è stata reintrodotta contro la volontà del legislatore, e quindi del popolo sovrano. Sono stati i ripetuti interventi della Corte Costituzionale e di magistrati ordinari a smantellare l’impianto della legge 40 del 2004, che invece aveva voluto limitare le possibilità di ricorrere, in materia di procreazione umana, a determinati strumenti che sono offensivi per la dignità femminile oltre che tragicamente distruttivi del diritto alla vita degli embrioni.
Ovviamente l’intervento delle magistrature era stato salutato dai soliti noti come una sacrosanta attività di “supplenza”, rispetto a una politica che anche in questo campo sarebbe rimasta troppo indietro rispetto alle esigenze dei cittadini. Ma in realtà, più che di veri bisogni della cittadinanza, qui si parla di desideri individuali che rientrano nella stessa visione del mondo di coloro che odiano profondamente la famiglia naturale e tutti coloro che vivono nella consapevolezza di non essersi fatti da sé. Il problema è sempre quello del rispetto dei limiti imposti dalla dignità umana, nell’ambito dei quali – e mai oltre – si può esercitare la libertà che ci è stata data.
Nell’ultimo periodo, la tecnica di far considerare le decisioni dei magistrati come uno “strumento di civiltà” che supplisce ai pretesi ritardi della politica, sta prendendo piede anche per sdoganare il cosiddetto matrimonio omosessuale e la barbara pratica dell’utero in affitto. Lo abbiamo visto con le recenti sentenze del Tribunale dei Minorenni di Firenze e della Corte d’Appello di Trento.
Per questo motivo è particolarmente importante che il Popolo della Famiglia continui a opporsi senza paura alla deriva contro l’umanità e la ragione che sta impossessandosi del nostro diritto. E che lo faccia in mezzo alle piazze, tra la gente, senza paura.
L’esperienza dei gazebo di quest’ultimo fine settimana, in Emilia Romagna, ci ha nuovamente dimostrato che c’è per noi un popolo numeroso. La gente comune, quella vera, pur non avendo visibilità sui media, non accetta che su questi ultimi si farnetichi di battaglie di civiltà sulla pelle delle donne e delle famiglie. Tanto meno è disposta ad avallare certe barbare pratiche, rispetto alle quali la politica deve riprendere l’iniziativa che le è stata sottratta dal circuito mediatico-giudiziario.
Accorrendo a mostrarci solidarietà, questa gente ce lo sta dimostrando sempre più. Ed è in momenti come questi che le battaglie del Popolo della Famiglia dimostrano tutta la loro dimensione etica. Siamo infatti in missione non per difendere specifici interessi, ma per salvare la libertà e la dignità di tutti.

lunedì 20 marzo 2017

Nessuno tocchi Caino. Tessarollo sta col tabaccaio.

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 20 marzo 2017)

Cantava Lucio Dalla che l’impresa eccezionale è essere normale. Un verso diventato proverbiale, che oggi si adatta molto bene a certi uomini di Chiesa. Infatti, in quest’epoca di politicamente corretto, molti settori del clero italiano (e non solo) sembrano essersi completamente adattati alle follie del pensiero dominante. Dire parole di semplice buon senso, che una volta erano scontate, per chi porta una veste talare oggi è invece diventato un esercizio di coraggio. In particolar modo, se si ha un’autorità nella gerarchia cattolica.
E’ il caso di di monsignor Adriano Tessarollo, vescovo di Chioggia, che si è schierato dalla parte dei suoi fedeli, nel commentare il caso di un tabaccaio padovano appena assolto in appello, dopo una controversa condanna di primo grado, per avere ucciso un bandito di provenienza straniera, scoperto a rubare nel suo negozio.
Già all’epoca dei fatti monsignor Tessarollo si era distinto per la nettezza con la quale aveva difeso le ragioni della legittima difesa. E furono come al solito polemiche. Infatti, con la condanna di primo grado il tabaccaio era stato addirittura condannato a risarcire con oltre 300 mila euro la madre e la sorella del delinquente moldavo.
Allora monsignor Tessarollo sul settimanale diocesano di Chioggia parlò apertamente di un risarcimento “degno di un incidente sul lavoro”. Oggi, che la Corte d’Appello ha finalmente dato ragione al povero cittadino, sollevandolo da un lungo incubo, il vescovo non si è pentito di aver usato quell’ironia. E nemmeno si è fatto pregare per tornare sull’argomento, precisando il suo pensiero. Opinioni che come dicevamo appaiono davvero coraggiose, di questi tempi, per un uomo di Chiesa.
“Le sentenze creano opinione”, ha detto infatti il presule chioggiano, “e c’è il pericolo che le pronunce di condanna, in casi simili, quasi autorizzino a rubare, come se i malviventi avessero sempre ragione”. Dando prova di buon senso, Tessarollo ha invitato a tenere conto “di cosa viva una persona onesta che spara a un ladro entrato in casa sua o nel negozio”. Un dramma che, specialmente da parte dei pastori di anime, andrebbe compreso e accolto. Soprattutto in questi tempi, in cui va tanto di moda il discernimento e l’accompagnamento.
A chi polemizza sostenendo che un uomo di Chiesa non dovrebbe parlare in un certo modo (chissà poi perché), monsignor Tessarollo risponde senza paura che alla difesa dei cittadini “dovrebbe pensarci lo Stato, ma quand’è che arriva lo Stato? Quando è già avvenuto tutto, e alla fine non si viene più tutelati su niente”.
Parole semplici ma davvero coraggiose, su temi che oggi vedono troppi ecclesiastici, non solo in Italia, schierati in blocco dalla parte dei “lontani”, senza dare troppo peso alle ragioni di quei fedeli “di casa” che dovrebbero invece essere più vicini alle loro preoccupazioni.
Del resto anche il catechismo, riecheggiando la dottrina che risale a San Tommaso, insegna che esiste un “ordine della carità”. Prima i propri cari, e poi quelli che si possono via via raggiungere. Senza perdersi in astratti umanitarismi e nella retorica degli “ultimi”, che a volte porta a perdere di vista la carità dovuta a chi ha più cose in comune con noi. Finendo in certi casi addirittura per danneggiare il proprio fratello più prossimo.
Spesso i difensori di un buonismo senza confini arrivano a non accorgersi nemmeno della gente in mezzo alla quale vivono. Non capiscono, o forse vogliono ignorare, come questa stia attraversando autentici drammi. Ma per fortuna Monsignor Tessarollo, che non sembra preoccupato della carriera, continua ad avere le idee chiare. Nella stessa intervista, parlando dell’integrazione degli immigrati, che dovrebbe essere un antidoto alla loro propensione alla delinquenza, si è chiesto se come comunità statale “abbiamo davvero il necessario per portare avanti un’integrazione già di per sé non facilissima”. Sostiene infatti Tessarollo che “una persona cresciuta fino a quarant’anni in uno stato diverso dal nostro e con un modo di pensare completamente diverso, non può cambiare atteggiamento dall’oggi al domani”.
L’integrazione dunque è un lavoro lungo e complicato. E richiede capacità di distinguere, senza farsi prendere la mano da teorie astratte che poi alla prova dei fatti risultano impraticabili. Per questo il motto del Popolo della Famiglia, su questi temi, è “integrare e non ammucchiare”. E le parole di un vescovo coraggioso come quello di Chioggia di questi tempi almeno ci fanno sentire rassicurati.