lunedì 31 luglio 2017

Il bisogno dei cattolici di contarsi

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 31 luglio 2017)

Una Chiesa che finalmente «ritorna all'uomo». È la sintesi del programma annunciato dal cardinale Gualtiero Bassetti, nuovo presidente della CEI, in un'intervista a Repubblica riguardo alla sua visione del presente e del futuro della Chiesa italiana. Ci dispiace dover dire «finalmente», perché non avremmo mai voluto doverci confrontare con una Chiesa che, per dirla con le parole che furono di Thomas Stearns Elliot, a volte è sembrata avere abbandonato lei l'umanità, piuttosto che averne subito l'abbandono.
Per questo dobbiamo subito dire che, se veramente il cardinale Bassetti riuscirà a trasformare quello che ha preannunciato a Repubblica in un autentico programma operativo per la vita della CEI, si tratterà di una grande impresa. Non ci illudiamo, ma noi laici di ispirazione cristiana, impegnati sotto un'unica insegna nella difficile vita politica italiana da nemmeno un anno e mezzo, di questa impresa sentiamo più che mai il bisogno.
Il quotidiano di Scalfari si è affannato a chiedere al nuovo capo della CEI se sia finalmente finita la stagione dei vescovi che si inseriscono da protagonisti nella politica italiana. Ma il cardinale Bassetti ha deluso i laicisti, quanto meno rispetto a ciò che probabilmente si sarebbero aspettati. La prospettiva sembra infatti quella di un ritorno all'unità di pensiero e di predicazione, nella quale l'autonomia dei laici rispetto alle gerarchie ecclesiastiche non sarà più sinonimo di abbandono e mancanza di punti di riferimento certi e unitari.
A scanso di equivoci, diciamo subito che i «vescovi pilota» sono quanto di meno noi del PdF oggi possiamo desiderare, e quindi le parole del nuovo presidente suonano come un balsamo. Specialmente dopo i lunghi mesi, ormai anni, nei quali da parte delle voci ufficiali della CEI se ne sono sentite di tutti i colori. Non si può infatti nascondere lo sgomento provato nel leggere le recenti conversioni di Avvenire riguardo alla «accoglienza» delle famiglie omogenitoriali, oppure alla «condivisione» di certe scelte ipocrite del governo, o infine al «discernimento» sui divorziati risposati e sulle coppie di fatto. Né tantomeno possiamo superare lo sconcerto indotto da certe uscite dei monsignori Galantino o Paglia, sempre a debita distanza rispetto ai valori non negoziabili che invece avrebbero avuto bisogno soprattutto in questo periodo del preannunciato «ritorno all'uomo». Per non parlare, infine, di quella «deriva dell'accoglienza» nei confronti del fenomeno migratorio, che ha fatto sentire i fedeli cattolici italiani, specie quelli dei ceti più impoveriti, sempre più disorientati e trascurati.
Diciamo la verità, oggi la Chiesa italiana sembra soffrire più che mai di clericalismo. È la risultante dei tanti cambiamenti che si sono avviati negli ultimi anni, non ultima la crisi dei movimenti di ispirazione cristiana, che indubbiamente sapevano innervare la società con una presenza autonoma che non aveva bisogno di pilotaggi da parte delle sacrestie. Come giustamente detto da Luigi Amicone (uno che se ne intende), una volta questi movimenti sono stati definiti da Giovanni Paolo II come «coessenziali» alla vita della Chiesa, ma con la loro crisi metà della coessenzialità è venuta a mancare.
Purtroppo, la conseguenza è stata il ritorno in auge delle pretese, della petulanza e pure dell'odore di polverosa sacrestia di certi intellettuali organici a questa o quella cordata clericale. Soggetti che non si fanno problemi nel dare il nome ufficiale di cattolico, senza distinzioni, alla loro autoreferenzialItà peraltro spesso ben retribuita. Basti pensare alla prosopopea di un Alberto Melloni, punto di riferimento di un progressismo cattolico che fa incetta di contributi pubblici, o alla sicumera di un Andrea Riccardi, che si è permesso di giudicare come una sconfitta dei cattolici tutti - quasi che fosse stato lui lo stratega - lo stop parlamentare allo ius soli. Cioè, a quel disegno di legge che in realtà buona parte dei credenti del bel paese vedeva come il fumo negli occhi.
Per tali motivi si sentiva il bisogno di un programma come quello anticipato dal cardinale Bassetti. Il neopresidente della CEI sembra volerci dire che la Chiesa italiana per prima cosa ha bisogno di recuperare coerenza. Perché, come ha dichiarato giustamente lo stesso Bassetti, «non si può difendere la vita nascente e poi sviluppare un sentimento xenofobico verso gli stranieri, ma nemmeno sbracciarsi per i migranti e poi promuovere l'utero in affitto». Parole che ci giungono come un incoraggiamento, specialmente se porranno fine a una stagione nelle quale i vescovi italiani sono stati palesemente sbilanciati nel farsi paladini delle questioni sociali da un lato, mentre dall'altro mettevano volutamente la sordina alla questione antropologica.
Bassetti ha parlato di un «corto circuito destra-sinistra che non permette di capire che al centro di tutti questi temi, della bioetica così come delle migrazioni, rimane sempre l'uomo». E vi rimane con la sua dignità incalpestabile e inalienabile, per cui, come affermato con forza dallo stesso cardinale Bassetti, «bisogna difendere sempre la cultura della vita».
Ecco, noi del Popolo della Famiglia non potevamo aspettarci nulla di meglio di queste parole. Ci sia concesso di dire che, di fronte alla CEI per come oggi era diventata, con il modo confuso, disordinato e diremmo quasi anarchico, con il quale ha salutato la fine dell'epoca Ruini, le parole del nuovo presidente devono essere intese come rivolte soprattutto alla compagine dei vescovi.
Bassetti ha chiesto ai confratelli «maggiore collegialità», ma questa avrà bisogno di una guida limpida che sappia condurre tutti a parlare con una voce sola, almeno sui temi che hanno al centro le grandi questioni, che non sono prioritariamente quelle della politica o dell'economia. Quindi speriamo di non dover più sentire esternazioni assurde, come quelle alle quali siamo stati abituati in questi ultimi tempi, non soltanto da parte del quotidiano dei vescovi, ma anche di semplici preti «fuori controllo» rispetto ai loro ordinari, silenziosi fino alla connivenza, così come dei citati intellettuali organici alla propria sacrestia, così come di altri autorevoli esponenti della gerarchia episcopale nazionale.
Se si tratta di difendere la cultura della vita, il compito spetta soprattutto a noi laici, ma non possiamo non provare sgomento quando ci sentiamo contraddetti da prese di posizione come quelle del segretario Galantino o di altri vescovi - pensiamo da ultimo a monsignor Lambiasi di Rimini - che prendono le distanze da coloro che pregano per difendere la morale in materia familiare.
Così come non possiamo più accettare che alcuni vescovi abbiano trasformato il discorso dell'accoglienza e dell'accompagnamento in una specie di inganno linguistico in favore dell'immigrazione indiscriminata, o anche per potersi non schierare, pilatescamente, tra chi difende la vita e la famiglia e chi invece sta attivamente cercando di distruggerne la cultura.
Bassetti giustamente ha dichiarato a Repubblica che «i cattolici hanno fatto politica in modi diversi e non solo attraverso la Dc» e che «le politiche variano a seconda dei periodi storici». Accogliamo con favore anche questo discorso, perché il nuovo presidente CEI si è detto consapevole dell'epoca in cui viviamo, e del fatto che, come ha subito aggiunto, «tra molti cattolici si percepisce il bisogno, e a volte l'aspettativa di una nuova rappresentanza del mondo cattolico».
Bene, sentircelo dire da una fonte così autorevole ci fa pensare che sia stato finalmente compreso lo sforzo che il Popolo della Famiglia ha compiuto in quest'ultimo anno e mezzo. Non possiamo aspettarci che sia il preludio di un endorsement, e anzi nemmeno lo vorremmo proprio per comprensione del periodo storico che stiamo attraversando. Speriamo solo che i soliti intellettuali clericali, topi nel formaggio della loro sacrestia o del loro centro studi, non si stiano a loro volta aspettando il contrario. Cosi come ci auguriamo che non si sentano a loro volta ringalluzziti i vecchi arnesi postdemocristiani, che in vista delle elezioni stanno cercando di ricollocarsi in un nuovo centrismo.
Ma a parte questo, auspichiamo comunque e con forza che questa del cardinale Bassetti possa essere la dichiarazione che sancisce la fine ufficiale del "fuoco amico" del quale finora siamo stati fatti bersaglio, da parte di tutti i livelli delle gerarchie ecclesiastiche. È inaccettabile che finora il Popolo della Famiglia abbia ricevuto una fraterna accoglienza in molti luoghi dove si cerca di fare promozione umana, comprese le chiese e le sale riunioni di altre confessioni cristiane, ma da parte di molte parrocchie ed episcopati ci siano state sbattute le porte in faccia senza troppi riguardi.
È assurdo che ci siano vescovi che a noi del PdF non vogliono neanche riceverci, ma poi rilasciano pubbliche dichiarazioni addirittura dal pulpito, su quanto sono favorevoli all'apertura di tavoli di confronto con le amministrazioni di sinistra sui temi della famiglia. Soprattutto, in quanto si tratta degli stessi enti pubblici che, nel silenzio delle chiese locali, sponsorizzano con i nostri soldi i Gay Pride e non destinano nemmeno un euro dei loro bilanci alla promozione della famiglia. Non è così che si può pensare di essere credibili quando si dice di voler tornare allo sviluppo di un umanesimo integrale alla Maritain.
Il cardinale Bassetti ha detto a Repubblica che ci sarebbe «un equivoco riguardo alla visibilità della Chiesa», perché la stessa è ancora viva e radicata sul territorio. Comprenderà dunque il nuovo presidente CEI che questo radicamento e questa visibilità non si possono negare, ma negli ultimi anni sono diventati troppo spesso fonte di disorientamento, anziché di conforto, per i fedeli cattolici più sensibili alle sfide della società di oggi.
Questi si sentono sempre più abbandonati, quando si tratta di far sentire laicamente, e in modo pluralista, la voce di una cultura integralmente in difesa della vita, della persona umana e della famiglia, senza deflettere di un millimetro dall'integralità di questa cultura cristiana, e dunque senza autorizzare scissioni o fratture tra l'uno e l'altro aspetto della dottrina della Chiesa.
Chiediamo che non ci possano più essere equivoci, di conseguenza, nemmeno rispetto alla dottrina sociale che più direttamente affronta, alla ricerca del bene comune, i grandi temi della politica. Perché, non nascondiamoci dietro a un dito, quello che finora si è sentito e si è posto in opera da parte di tante presenze sociali della Chiesa italiana è stato a dir poco deludente.
Occorre pertanto che questa dichiarazione d'intenti del cardinale Bassetti possa rappresentare l'avvio di una nuova stagione. In essa, assieme alla cultura dell'umanesimo integrale, la Chiesa italiana dovrà recuperare quella della difesa dei valori non negoziabili, e della promozione del bene comune e dei diritti della persona e della famiglia. Senza cercare di mettere cappello sulle presenze autonome e vive del laicato, e quindi senza nemmeno far figli e figliastri quando si tratti di favorire la «visibilità» degli uni o degli altri.
Noi dal canto nostro continueremo a fare la nostra parte, da laici consapevoli e autonomi, senza aspettarci alcun pilotaggio da parte dei vescovi. Anzi, visto che certe cose non cambieranno dall'oggi al domani, cercheremo di evitare in tutti i modi di apparire eterodiretti. Ma non siamo più disposti a tollerare questo fuoco amico che danneggia la presenza della Chiesa nella società, ancor più di quanto non danneggi il nostro sforzo. Con il cardinale Bassetti sembra che ci intenderemo, nella speranza che lo stesso non rimarrà silente nei confronti di tanti suoi confratelli, e di tanti collaboratori, specie nel mondo della comunicazione, che finora hanno solo gettato moltitudini di fedeli cattolici - e non certo i soli pochi incorreggibili tradizionalisti - nell'incertezza se non nello sconforto.

martedì 25 luglio 2017

Vescovi e omosessualità: dove li avrebbe accompagnati don Benzi

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 26 luglio 2017)

Chissà perché, a sentire le prese di posizione di certi vescovi, viene sempre in mente la saggezza degli aforismi di Winston Churchill. Come quello per cui, quando si cerca di non scegliere tra la guerra e il disonore, di solito si finisce per ottenere sia l'una che l'altro. Sembrerebbe questo il caso che si sta profilando a Rimini, dove il comitato "beata Giovanna Scopelli", come già aveva fatto a Reggio Emilia, ha organizzato una processione pubblica di riparazione in occasione del Summer Pride del prossimo 29 luglio.
Questo comitato è un'associazione di fedeli composta principalmente da laici, e non si propone altri scopi che non siano quelli della preghiera pubblica, come nel nostro Paese è (per ora) garantito dalla Costituzione e dal Concordato. Mentre, per chi non lo sapesse - anche se hanno tolto la parola di tre lettere, per cercare di accattivarsi le simpatie dei tiepidi - il Summer Pride è la solita manifestazione di orgoglio omosessualista, che nella capitale del turismo romagnolo andrà in scena sabato prossimo con il patrocinio e i soldi della amministrazione comunale a guida Pd.
Ecco, come si poteva sospettare - anche se si sperava fino all'ultimo che non ci si sarebbe arrivati - il vescovo cittadino, monsignor Francesco Lambiasi, dopo aver tergiversato un attimo (pare che sulle prime abbia cercato di non farsi trovare con la scusa di essere in vacanza) se n'è uscito con una aperta presa di distanza dalla iniziativa di preghiera.
Per la verità, prima ha dato un salomonico buffetto al Pride, del quale ha criticato i modi ostentati, sostenendo che non sia questo il modo di fare. Infatti, il monsignore ha dichiarato apertamente che le sfilate gay "non aiuterebbero a affrontare in modo costruttivo la rivendicazione dei legittimi diritti delle persone omosessuali".
Ma per l'appunto, quali diritti? Monsignor Lambiasi questo non lo dice, ma in una certa misura lo lascia intendere. Evidentemente, per lui il fatto di manifestare in sfilata le proprie scelte omosessuali, se solo si evitassero le esibizioni di indecenza e magari anche l'irrisione della Chiesa cattolica e dei fedeli tutti, rappresenterebbe la legittima rivendicazione di diritti negati. Mentre al contrario, pregare in riparazione delle offese fatte a Dio, anche se viene ritenuto "una libera iniziativa da rispettare", non sarebbe un'altrettanto opportuna rivendicazione dei diritti del medesimo.
Lambiasi infatti ha continuato la sua dichiarazione con una aperta presa di distanza nei confronti degli oranti del gruppo "beata Giovanna Scopelli", sostenendo che "non può condividere il senso dell'iniziativa", in quanto con le preghiere di riparazione "si può produrre il triste effetto di far sentire le persone con tendenze omosessuali giudicate a priori e allontanate dalla comunità cristiana".
Dunque, par di capire, per monsignor Lambiasi il peccato impuro contro natura non grida più vendetta al cospetto dell'Altissimo. O forse, è comunque meglio non disturbarlo troppo con le grida di vendetta, visto mai che nostro Signore poi non le prenda sul serio.
Di conseguenza, anche se certe persone ritengono sia il caso di bestemmiare e di mostrare pubblicamente le terga in un tripudio di bandiere arcobaleno, al fine di rivendicare le proprie legittime tendenze, secondo il vescovo di Rimini non bisognerebbe farle sentire troppo a disagio. Tant'è che in conclusione Lambiasi ha ricordato che l'omosessualità "interpella le comunità cristiane e le sollecita a porre in atto concreti percorsi di fraterna accoglienza e di evangelico accompagnamento".
Volevamo ben dire che non spuntassero fuori l'accoglienza e l'accompagnamento, ma la domanda dei fedeli non solo riminesi, sempre più sgomenti, a questo punto è inevitabile: in concreto, dove dovrebbero essere "accompagnati" i manifestanti del Pride, che stanno per invadere la riviera con una iniziativa così poco amichevole per i cristiani, e comunque apertamente contraria a qualsiasi criterio di discrezione? Li si dovrebbe invitare a mangiare insieme una piadina e un buon bicchiere di Sangiovese? O forse quando si parla di "accoglienza" si intende qualcosa di più, visto che non si capisce fino in fondo cosa i gay militanti vogliano a loro volta farci accogliere, e soprattutto dove, specie se con la complicità del Sangiovese?
Ce lo chiediamo anche noi. Perché in effetti, se l'accompagnamento di cui tanto parlano i vescovi alla Lambiasi fosse in direzione della presa di coscienza della propria condizione, e quindi della inaccettabilità di manifestazioni pubbliche che rivendichino con tanta sfrontatezza la positività delle condotte omosessuali, allora ne potremmo anche discutere. Fermo restando che, anche in questo caso, non si capirebbe per quale motivo la preghiera di riparazione, nella quale si chiede a Dio il perdono e non certo la condanna - visto che il primo va comunque richiesto e la seconda sicuramente c'è già stata - dovrebbe considerarsi inopportuna.
In ogni caso è bello ricordare al salomonico monsignor Lambiasi quello che è avvenuto proprio nella sua diocesi, dove operò per tutta la vita Don Oreste Benzi, fondatore della comunità Giovanni XXIII. Sì, proprio lui, l'indimenticato prete di strada che Benedetto XVI definì alla sua morte come un "apostolo della carità a favore degli ultimi e degli indifesi, capace di farsi carico di tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo contemporaneo".
Il funerale di don Benzi è stato celebrato proprio da monsignor Lambiasi al palazzo dei congressi di Rimini, per consentire l'immane afflusso di folla, e dunque il salomonico vescovo non può essersene già dimenticato. Per Don Oreste, nel 2014, è pure stata avviata dallo stesso Lambiasi la causa di beatificazione, che a questo punto temiamo possa essere finita nel dimenticatoio, visto che il nostro sapeva fin troppo bene dove "accompagnare" i peccatori.
Don Benzi infatti andava dritto al punto, senza compromessi né accompagnamenti ambigui, quando si trattava di strappare dal vizio le persone o di pregare in riparazione delle offese fatte a Dio. La sua comunità proponeva leggi contro i clienti delle prostitute, mentre Don Oreste ce lo ricordiamo tutti, quando si presentava in prima persona nelle discoteche tra i giovani, così come nelle piazze dove manifestavano i senza tetto, e soprattutto sui marciapiedi e nelle piazzole della strada statale, a offrire aiuto e rifugio alle giovani lucciole straniere che infestavano il riminese.
Riguardo al valore della preghiera di riparazione, fu proprio Don Benzi a inaugurare la consuetudine di pregare pubblicamente davanti alle cliniche dove venivano praticati gli aborti. Un'attività che è stata continuata dei suoi successori della comunità Giovanni XXIII, spesso tra gli insulti e le aggressioni. Non ultima, sempre nel 2014, anche quella dell'ineffabile monsignor Galantino, attuale segretario CEI e quindi portabandiera dei vescovi accompagnatori alla Lambiasi.
Ciò in quanto, come ricorderanno i meno distratti, il segretario CEI si è sentito in dovere di criticare l'iniziativa delle comunità come quelle di Don Benzi, affermando apertamente che lui "non si identifica con i volti inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche". In quella triste occasione Galantino esortò nel contempo la Chiesa italiana "ad imparare a parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucaristia ai divorziati, e di omosessualità senza tabù".
Un bel programmino, che a tre anni di distanza non si può dire che non abbia fatto progressi. E comunque ne ha appena fatto uno grazie al salomonico Lambiasi, proprio sulle sponde romagnole dell'Adriatico. Dunque, i fedeli riminesi siano avvisati del contrordine. Già si erano sentiti dire che i seguaci del loro Don Benzi avrebbero visi inespressivi, e quindi non avrebbero niente di buono da dire nemmeno quando sgranano il rosario. Ora invece hanno imparato dal loro stesso vescovo che gli sculettanti esibizionisti del Pride sarebbero da accompagnare senza tabù nella rivendicazione dei loro "legittimi diritti".
E allora per quel che che vale, prendiamoli alla lettera questi presuli accompagnatori, e mandiamoci loro alla testa dei cortei che desiderano accompagnare. Non si sa dove vogliano davvero andare assieme agli omosessualisti, ed è forte il sospetto che a loro basti averceli alle spalle (per poterli condurre chissà dove, non pensate male). Ma almeno che lascino in pace i fedeli delle diocesi e le loro associazioni. Se proprio non va più di moda pregare in riparazione del peccato, almeno che i cattolici non vengano costretti a intrupparsi con chi ne rivendica le ragioni. Altrimenti, come appunto diceva Churchill, non è che a non voler mai fare la guerra si riesca poi sempre a evitare il disonore.

giovedì 20 luglio 2017

Monsignor Perego, il limite e la pazienza

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 21 luglio 2017)

Alla fine, se vogliamo parlare di politica, come al solito aveva ragione il Principe. No, non intendiamo quello di Machiavelli, bensì il Principe de Curtis, in arte Totò, che continua a non passare di moda, specialmente riguardo alle sue battute sull'attualità. Ogni limite ha una pazienza, diceva per l'appunto il Principe, vestendo i panni del commissario Saracino (Totò contro i quattro, 1963). E questa grande verità torna alla mente ancor oggi, rileggendo le ultime parole di monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara e già direttore della fondazione Migrantes.
Quest'ultimo ha commentato l'inglorioso stop al disegno di legge sullo ius soli con parole insolitamente sferzanti per un prelato. Infatti, Perego se l'è presa a morte - che originalità - con i nostri parlamentari di ogni colore, tutti riuniti nell'unico calderone che, se non fosse per ragioni di political correctness, potremmo raffigurare come quello attorno al quale ballavano le tribù di cannibali, in attesa di pasteggiare con le carni bianche di esploratore in sahariana.
«La classe politica si inchina ai prepotenti», ha dunque tuonato il monsignore, senza chiarire più di tanto chi sarebbero di preciso i cattivi, e di conseguenza chi starebbe recitando la parte dei buoni che subiscono la prepotenza. Del resto, per restare nel ricordo di un grande improvvisatore come Totò, il canovaccio della commedia è noto, e che si tratti sempre e solo di presunti soprusi verso gli immigrati, almeno a sentire i campioni del terzomondismo, lo avevamo già ampiamente intuito.
Tant'è che Laura Boldrini, un altro soggetto che in questi anni ha messo a dura prova la pazienza degli italiani, che stanno contando i giorni che mancano alla fine della legislatura anche per sapere quando potranno sperare in un presidente della Camera più rappresentativo di quel che resta della nazione, se ne è uscita con un commento allo stop dello ius soli molto simile a quello dell'ineffabile monsignor Perego.
«Così si alimenta rabbia, risentimento, senso di esclusione», ha infatti dichiarato la Boldrini, senza precisare nemmeno lei chi sarebbero gli esclusi, ma facendo chiaramente capire che c'è qualcuno in Italia che si sta sentendo sempre più autorizzato a reagire con le maniere forti.
E qui appunto sorge la questione del limite alla pazienza. Chi la sta perdendo? A dire il vero, tra questi un pochettino ci siamo anche noi, nel nostro piccolo, che ci chiediamo cosa stia davvero succedendo nella Chiesa italiana, e fino a che punto essa potrà continuare a ignorare le ragioni dei fedeli, diciamo così, aborigeni, che si sentono sempre più trascurati da chi invece dovrebbe essere il più antico e sicuro garante delle loro tradizioni.
Ma noi contiamo (per ora) alquanto poco. Piuttosto, se i più autorevoli esponenti del pauperismo nostrano stanno cominciando a parlare di soprusi e prepotenze che prima o poi grideranno vendetta, vuol dire che anche qui in Italia si sta prospettando all'orizzonte lo scontro che obbligherà ciascuno a prendersi la responsabilità di decidere da che parte stare.
Lo ius soli infatti, a ben vedere, dovrebbe riguardare unicamente i piccoli immigrati, le cui famiglie sono già sbarcate da tempo nel bel paese, e di solito questi vengono dipinti come ansiosi di integrarsi, e non certo in preda al risentimento. Dunque, già da questo si capisce che nella testa delle Boldrini e dei suoi omologhi in tonaca sta frullando qualcosa di diverso.
Ma non è la sola questione, o comunque non la più urgente, visto che essa riaffiorerà solo quando dovremo davvero confrontarci anche in Italia con le delizie del multiculturalismo, che già stanno venendo scontate nel resto d'Europa. Per il momento tuttavia noi abbiamo problemi più urgenti, che fanno da base a quelli che verranno.
Proprio in questi giorni, infatti, è la stessa Onu ad ammettere che a premere sulle frontiere mediterranee potrebbero esservi, solo dall'Africa, fino a venti milioni di aspiranti emigranti. Ed è qui che viene nuovamente in aiuto la saggezza del Principe de Curtis. Perché noi aborigeni siamo sempre più impazienti e vicini ad esplodere, ma è vero anche il contrario. E cioè, che esiste pure un limite che ha bisogno di testare fino a che punto possa contare sulla pazienza della gente.
Limite, cioè in qualche misura confine, o limes, come dicevano gli antichi latini che non a caso lo consideravano sacro e che hanno trasmesso al cattolicesimo, oggi sempre più alla deriva istituzionale, il senso della necessità di difenderlo.
Riguardo alla questione dello ius soli, che a ben vedere non è completamente diversa da quella relativa all'ondata migratoria in corso, si confrontano due visioni della società. Da una parte il mondialismo pauperista che sembra essere stato sposato da una parte notevole del ceto intellettuale cattolico, soprattutto italiano. Dall'altra, come dicevamo, la questione del limite, della difesa del confine e dell'identità di una nazione che continua essere abitata da gente che osserva sgomenta quello che succede.
Questa gente, composta di persone come noi, è sempre meno convinta di avere meno bisogno di aiuto, economico ma anche psicologico, di quanto non ne abbiano gli emigranti, specie quelli più diversi per cultura e religione (aspetto del quale gran parte della Chiesa italiana sembra deplorevolmente dimenticarsi, come se la religione non fosse affar loro).
Ed è qui che, per l'appunto, la questione del limite si interseca con quella della pazienza. Fino a che punto la gente del nostro Paese potrà sopportare tutto questo? Anche la Boldrini, che non centra mai il punto perché si colloca sempre dalla parte degli altri, ma almeno è sincera, ci sta facendo capire assieme all'ineffabile Perego che sta nascendo una questione di pazienza.
A suo dire, sarebbero gli immigrati a poterla perdere e non i nostri concittadini, anche se a prima vista lo ius soli dovrebbe riguardare solo gente che si è già un minimo integrata nel nostro paese. E difatti, prima della boldrinata che ha fatto eco al piagnisteo del monsignore, sembrava che i figli di questi nuovi lavoratori fossero solo una risorsa benedetta, e che più che un problema dovrebbero rappresentare la soluzione.
Insomma, davvero questa storia dello ius soli che alimenta tensioni sociali sembra un'enormità, che serve solo a spostare l'attenzione dal nocciolo della questione. Ma se a dire certe cose è una come la Boldrini, assieme a un campione di quel terzomondismo nefasto e irresponsabile che si è impadronito della Chiesa italiana come monsignor Perego, allora si capisce come la tensione tra il limite e la pazienza stia avvicinandosi a un punto critico.
Gli italiani disorientati che soffrono per la crisi economica si sentono completamente soggiogati e abbandonati soprattutto su un piano culturale. La dipendenza che sembriamo avere nei confronti dell'immigrazione sembra sussistere soprattutto sul piano del pensiero e del costume. Non è solo questione di pensioni da pagare, che tanto i giovani sanno che a loro non le pagherà nessuno, e che coloro che si preoccupano solo per gli emigranti africani - anche nel clero - hanno già tutti ampiamente maturato il diritto a qualche rendita.
Il focus della questione è invece culturale, perché è sul piano del pensiero, soprattutto riguardo alla spaccatura in corso tra popolo e élite, che si sta manifestando quanto la nostra civiltà sia ormai esangue. È la cultura, prima che l'economia, a sembrare incapace di opporre a questa ondata di manodopera a basso costo, che serve solo per le ragioni del capitale, qualsiasi forma di ordine e di sicurezza.
Lo stesso vale per la politica, non tanto quella dei parlamentari contro i quali se la prende qualunquisticamente il monsignore di Ferrara, ma quella che ancora riesce ad avere presa sul popolo. Non a caso, a proposito di prepotenze, gli unici scontri di piazza che si sono registrati rispetto al dibattito sullo ius soli non hanno riguardato gli immigrati di più o meno recente sbarco in Italia, bensì, a Padova, i gruppettari dei centri sociali contro quelli di Forza Nuova.
Manca il senso del limite, per appunto. E questo sta mettendo a dura prova la pazienza di quel che resta del popolo italiano, che peraltro, stando all'Istat, è tuttora più consistente di quello degli immigrati, visto che le famiglie italiane che soffrono la povertà assoluta per il momento sono più numerose di quelle degli stranieri.
E allora, come dicevamo, il Principe De Curtis anche stavolta aveva ragione su tutto. Rafforzando così la nostra convinzione dell'urgenza di agire con un soggetto politico autonomo che sappia seguire la bussola dell'autentico bene comune. Cosa che la Chiesa italiana riesce sempre meno a fare, essendo appiattita sui luoghi comuni terzomondisti e pauperisti della sinistra. Anche perché, come concluderebbe il medesimo Principe, se non si comincerà a porre subito un argine di buon senso e di buona politica a questo spettacolo incredibile, e poi dice che uno si butta a destra.

lunedì 17 luglio 2017

Chiesa e politica, siamo a un bivio

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 18 luglio 2017)

Siamo a un bivio. L'articolo di padre Spadaro e del pastore Figueroa per Civiltà Cattolica segna simbolicamente un punto fermo nel rapporto tra questo pontificato e la politica. A proposito di costruire ponti e non muri, è stata infatti operata una scelta di campo molto netta che lascerà il segno. Da una parte il conservatorismo di impronta nordamericana, con la sua idea della lotta del bene contro il male, che vede i valori occidentali e cristiani dalla parte giusta. Dall'altra, il pensiero progressista e egualitario della "nuova chiesa" di Francesco, schierato dalla parte del compromesso sempre e comunque con chi preme ai confini di quell'Occidente che pure disprezza come coloniale e corrotto.
È stato un tentativo goffo e velleitario quello dei gesuiti di Civiltà Cattolica, probabilmente finalizzato a un attacco contingente alla politica di Donald Trump e forse anche all'episcopato statunitense. Esso però ha un valore generale, riguardo al decisivo tema del rapporto tra fede cristiana e politica. Come sempre in questi casi, la prima cosa che viene spontanea al cattolico è cercare di tenere fuori il pontefice della disputa. Ma abbiamo detto il pontefice, non Papa Francesco, perché è l'istituzione che in questi casi va preservata. Di fronte a un attacco così evidentemente partigiano, non si può non ripensare a quante volte, nell'età postmoderna, dal soglio di Pietro si sia lanciato l'allarme proprio riguardo a questo tentativo di confondere le acque andando incontro al mondo con le sue contraddizioni, negando così al pensiero cattolico il diritto di tracciare un discrimine netto tra ciò che nella società è bene e ciò che è male.
Iniziò Paolo VI parlando di fumo di Satana nel tempio di Dio. E dopo la grande rivincita sulle deviazioni postconciliari operata dal pontificato di Giovanni Paolo II, che con la Veritatis Splendor restituì forza e autonomia al pensiero cristiano, ci aveva pensato l'attuale Papa emerito, consapevole del dramma che sta vivendo nel nostro tempo il rapporto tra fede e ragione, a rilanciare l'allarme già nella messa "pro eligendo romano pontifice" che anticipò la sua stessa elezione. In quella occasione Ratzinger indicò come la piccola barca del pensiero cristiano apparisse sempre in pericolo di affondare, sballottata qua e là dai venti delle moderne dottrine, benché fosse destinata a non inabissarsi mai.
E allora, per riprendere il controllo del timone, è urgente ripensare in maniera coerente al rapporto tra l'azione politica e l'ispirazione cristiana. È un punto fondamentale anche per noi del Popolo della Famiglia, che veniamo spesso accusati da una parte di essere un partito confessionale, e dall'altra di esserlo troppo poco in quanto non in linea con gli ultimi orientamenti che sembrano dominare nella Chiesa. Nel momento in cui per i cristiani fare politica sembra essere diventata quasi una colpa, occorre rilanciare il concetto dell'unità di vita, di fede e di pensiero che deve essere alla base del nostro operare. Un'ispirazione che non può mai mancare nell'attività politica di un cristiano, ma nel contempo non deve mai scadere nel confessionalismo. Per questo, nel momento in cui sembra prevalere una certa irrazionalità, secondo la quale il politico cristiano dovrebbe ispirarsi a un astratto umanitarismo, dobbiamo rilanciare la profonda unità tra fede e ragione come fondamento della nostra azione politica nel mondo occidentale.
Si tratta di un'unità messa in discussione dai sostenitori di un egualitarismo semplicistico e buonista sui temi cruciali del nostro tempo, come quelli dell'immigrazione e della crisi economica e sociale che stanno generando sempre nuove povertà nella nostra società così disorientata. L'ecumenismo dell'odio di cui hanno parlato Spadaro e Figueroa semplicemente non esiste. È possibile tuttavia ricostruire un ecumenismo della ragione, che unisca i cristiani con coloro che hanno a cuore i fondamenti della nostra civiltà, e rifiutano il pensiero debole di coloro che, con la scusa dell'integrazione e dell'accompagnamento, vogliono condurre la grande civiltà europea fuori da se stessa.
È un discorso, quest'ultimo, che cerca di gettare ponti solo in direzione di coloro che stanno fuori dal l'occidente e lo odiano. Ad essi Spadaro e Figueroa strizzano l'occhio, riproponendo la solita litania dell'islamofobia e delle culture altre che sarebbero oppresse dalla presunta arroganza suprematista. Bene, la nostra risposta in direzione ostinata e contraria, come avrebbe detto De Andrè, non ha bisogno di andare troppo lontano. Basta recuperare la lezione del Papa emerito, che nel suo discorso al Bundestag del 2011 seppe comprendere dove sia il bandolo della matassa. Per un movimento come il nostro, di laici di ispirazione cristiana che si muovono nella politica in unità di vita, occorre ritrovare, assieme a un corretto rapporto tra ragione e fede, anche una piena armonia tra impegno politico e senso della giustizia.
"Come si riconosce ciò che è giusto?", chiese appunto Papa Ratzinger al Bundestag. "Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto". Tuttavia, precisò Benedetto XVI, "contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo stato e alla società un diritto rivelato, né un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, e ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio".
Dunque, un ammonimento da riscoprire per chi si applica da cristiano al miglioramento della società, specie di fronte a quei buonismi che vorrebbero ridurre tutto a interpretazioni sentimentali e semplicistiche di qualche passo del Vangelo, purché sembrino adattarsi al presente della politica. Di buonisti ve ne sono anche tra gli evangelici all'americana, ma molti di più tra i sostenitori dell'approccio "pastorale" che non affronta mai la questione della verità. È necessario dunque tornare alle fonti della civiltà cristiana, che si sono fatte creatrici di legge perché hanno saputo individuare nel diritto naturale la razionalità del bene. E tramite esso hanno costruito buona politica.
Una politica fondata sulla ragione che ha costruito l'idea occidentale dello stato di diritto, e senza abboccare alla scusa del "suprematismo" rifiuta quella sorta di odio di sé che caratterizza tanta parte del pensiero contemporaneo. Di questo odio ha parlato lo stesso papa Ratzinger, ed ovviamente si è cosa ben diversa, anzi opposta, a quella di cui hanno parlato Spadaro e Figueroa.
Anzi, pur senza fare vittimismi, si tratta esattamente di quell'odio che noi del Popolo della Famiglia incontriamo ogni giorno a fronte del nostro tentativo di riportare rispetto per i diritti di Dio, e dunque dell'uomo, nella nostra società che mai come oggi sembra avere smarrito la bussola. È il fuoco amico che finora abbiamo dovuto sperimentare e ormai abbiamo imparato a affrontare. Esso si nutre proprio dell'ipocrisia buonista e sentimentale che alimenta gli sragionamenti gesuiti, e porta tanti bravi cristiani a perdere il senso dell'inconciliabilità tra bene e male, e quindi della necessità di affrontare le sfide odierne con idee chiare, spirito militante e soprattutto consapevolezza della posta in gioco.

sabato 15 luglio 2017

Per fortuna che c'è Parolin

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 15 luglio 2017)

Per fortuna che c’è Parolin. Le prese di posizione della Conferenza Episcopale Italiana sul tema degli emigranti (e chissà perché ci hanno indotti a togliere la e iniziale, come se si trattasse di una categoria dello spirito e non della triste necessità di uscire dalla propria terra), ci avevano portati molto vicino allo sconforto. C’è infatti l’impressione vivissima che i nostri monsignori stiano sempre più facendo, parafrasando il noto detto romanesco, gli statisti con la patria degli altri.
Lo conferma anche l’ultimo intervento sul punto del monsignor Galantino, segretario CEI, che non ha perso nemmeno questa occasione per tacere, lanciandosi in una campagna che vorrebbe venire in aiuto della libertà di emigrare di coloro che cercano in Europa migliori condizioni di vita. La frase “aiutarli a casa loro” secondo Galantino, non avrebbe dunque senso, se non si dice “come e quando e con quali risorse precise”. Come a dare per scontato che le risorse debbano essere le nostre, quelle che tra l’altro potrebbero anche essere impiegate per l’aiuto di oltre un milione e mezzo di famiglie italiane che, secondo l’Istat e nell’indifferenza CEI, sono oltre la soglia di povertà assoluta.
Ma Galantino guarda lontano, anche troppo, e dunque si preoccupa di dirci che l’aiutarli a casa loro “rischia di non bastare e di essere un modo per scrollarsi di dosso le responsabilità”. “Noi” – ha aggiunto l’ineffabile segretario generale della Cei – “abbiamo pertanto lanciato la campagna ‘liberi di partire – liberi di restare’, con 30 milioni di aiuti concreti finanziati con soldi dell’otto per mille”.
Dunque, soldi delle tasse degli italiani, anche di quelli che a casa loro, cioè a casa nostra, stanno diventando sempre più liberi di non arrivare a fine mese. È evidente che trenta milioni di aiuti a pioggia alle popolazioni terzomondiali che premono sui nostri confini marittimi serviranno assai a poco, se non a facilitare la voglia di fare il salto verso l’Europa. Ma i nostri nuovi poveri, quelli che dovrebbero davvero essere aiutati a casa loro, sono troppo vicini a noi per interessare chi guarda lontano, oltre il mare, come fanno gli ineffabili prelati CEI.
Per questo, dicevamo, meno male che c’è il Segretario di Stato monsignor Pietro Parolin, che finalmente ha detto con chiarezza che il discorso di aiutarli a casa loro ha invece “una sua profonda validità”. Anche perché, aggiungiamo noi, se non fosse valido difficilmente Renzi lo avrebbe cancellato dal suo profilo Facebook. Sembra dunque che, come altre volte accaduto nel passato, la Segreteria di Stato vaticana, più vicina ad una visione globale dei problemi, affinata dall’esperienza diplomatica e dalla responsabilità che le è propria, si stia dimostrando all’altezza della situazione molto più di quanto non facciano i vertici ecclesiastici italiani.
Questi ultimi, infatti, sono troppo condizionati dall’8 per mille e dalla conseguente esigenza di proporre una spesa “politica” secondo i desiderata del governo. Tanto è vero che lo stesso Galantino, come detto dianzi, ha fatto capire che tutto il suo progetto pro immigrazione verrà finanziato proprio con i fondi che in definitiva provengono dalla tassazione degli italiani. Chissà dunque come saranno contenti questi ultimi, specie i fedeli cattolici. Di essi possiamo dire che – nel silenzio – si stanno sempre più allontanando dalla sintonia con la Chiesa ufficiale, anche e soprattutto per queste posizioni demagogiche.
In realtà, dalle parti della CEI e forse anche in alcuni ambienti vaticani, è sempre più inascoltato il concetto elementare per cui non si può fingere che i confini, i limes, siano una invenzione e non appunto un “limite” da rispettare. Esiste un certo universalismo cattolico che induce a pensare che tutto ciò che viene diviso da un confine sia per ciò stesso illegittimo. E invece, proprio adesso sarebbe il momento di recuperare una piena consapevolezza di quanto sia miope e provinciale questa posizione. Un’immigrazione incontrollata e indiscriminata, quasi che si trattasse di un gioco a somma zero, per cui basta togliere qualcosa a chi sta meglio per stare bene tutti quanti, è di un infantilismo che non possiamo più permetterci.
Abbiamo bisogno di interpreti realisti del Vangelo, dal quale discende la dottrina sul bene comune, che esiste proprio per essere applicata nelle circostanze concrete della vita politica, dove i problemi sono complessi e le persone e le situazioni non sono mai uguali. Proprio per questo in politica non è mai possibile ridurre il messaggio del Vangelo a un coacervo di frasi fatte su bontà e uguaglianza. Perché proprio il Vangelo, per un politico cristiano, è la principale scuola della concretezza e del senso dell’opportunità che servono per affrontare questi problemi con autentica capacità di fare giustizia.
Meno male, dunque, che alla Segreteria di Stato, dove si è più raffinati e consapevoli dell’importanza della. diplomazia internazionale per risolvere le grandi questioni, c’è ancora qualcuno che lo comprende. E che lo può spiegare. Speriamo quindi, ancora una volta, che in futuro anche le prese di posizione della Chiesa italiana tornino a essere dettate da una visione autenticamente globale dei problemi, superando demagogie e semplicismi di basso conio. Da troppo tempo questo non avviene, e quindi non possiamo fare altro che salutare come una ventata di aria fresca l’intervento – da oltretevere – del cardinale Pietro Parolin.

martedì 30 maggio 2017

Papa Francesco: “Solo il lavoro dà dignità alla persona”

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 30 maggio 2017)

Le parole di un pastore avvicinano, prima ancora che spiegare. Papa Francesco, a Genova, ha risposto lungamente alle domande di imprenditori e di lavoratori dell’Ilva, la nota azienda siderurgica stremata dalla crisi e da dissennati interventi statali. Qui sono stati necessari numerosi tagli di personale, e richiamandosi a questi fatti il Papa ha impartito una lezione, e anche più d’una, di dottrina sociale della Chiesa. Ma non lo ha fatto con le parole tecniche di un economista. Sarebbe capzioso, anche in questa occasione, interpretare così lo stile pastorale del pontefice.
Prima di tutto, come si conviene, Francesco ha richiamato i principi. Ma nondimeno da questo richiamo è emersa, assieme alla ricchezza dei valori, anche una varietà di soluzioni operative ai problemi della produzione e del mercato, che solo la dottrina sociale della Chiesa può garantire. Prima di tutto deve esserci la dignità del lavoro, ha ammonito Francesco, ed era il caso di ribadirlo. Perché nel lavoro vi è la radice del significato della presenza dell’uomo sulla terra.
Il monito riguarda in primo luogo gli imprenditori, che organizzando i mezzi di produzione devono continuamente affrontare la tentazione di trattare il lavoro come una semplice merce. Le parole del Papa contro la delocalizzazione, nel giro di poche ore, verranno ignorate quando non trattate dai soliti economisti da talk show televisivo come una forma di ingenuità. “Questo non conosce i fondamentali dell’economia”, penseranno, “e non ha un’idea della complessità di fattori che costringono un imprenditore a delocalizzare”.
Ma in realtà sono loro gli ingenui, quelli che non colgono l’essenza dei problemi. Perché la radice dei complessi fattori economici, politici e sociali risiede pur sempre nel cuore dell’uomo. Tant’è che il Papa, per riaffermarlo, è arrivato a citare un padre del liberalismo come Luigi Einaudi, per ricordare come lo spirito dell’imprenditoria non risiede nei rapporti di forza tra fattori produttivi, ma, riguardo alle persone degli imprenditori, nella “vocazione naturale che li spinge”.
Oggi la finanza appare impersonale, dominata da enorme masse di capitali, ma anche da scelte politiche dietro le quali si fatica a scorgere le persone. Ma queste vi sono sempre, e ad agire dietro la facciata non vi sono solo i poteri forti, i ricchi egoisti, ma anche – più di quanto non si dica – i politici ignoranti. Per questo, nelle parole di Papa Francesco a Genova c’era anche un richiamo molto chiaro nei confronti di coloro che vedono il lavoro come una risorsa statale da redistribuire.
“I giovani crescono senza dignità, perché non sono uniti dal lavoro che dà la dignità”, ha ricordato il Santo Padre nel rispondere a chi lamentava di vivere di sussidi. Gli assegni sociali che garantiscono un reddito minimo, non danno la dignità che solo il lavoro conferisce alla persona. Impossibile dunque non far discendere da queste parole del Papa un richiamo alle proposte di “reddito di cittadinanza” alla grillina, che si dimostrano così slegate dal cuore dei problemi dell’economia ancor più di altre ricette improvvisate, tanto care al populismo deteriore.
E così, Francesco si è dimostrato, grazie alla saggezza della Chiesa “esperta di umanità”, molto più al corrente dei problemi dell’economia di quanto non lo siano i vari demagoghi della politica, così come gli esperti della finanza. Perché alla radice dei problemi rimangono la dignità dell’uomo e le esigenze del suo cuore, così come è stato creato da Dio. Se non si comprende questo, non si arriverà mai alla soluzione della crisi che attanaglia il nostro paese, né a una vera ripresa. Questo è il significato della prevalenza del lavoro sul capitale, che viene insegnata dalla dottrina sociale della Chiesa.
Ma ci vuole la sapienza del cuore per cogliere i criteri operativi che poi possono portare alle soluzioni. Questo è l’insegnamento di economia, di finanza e di politica del lavoro che il Papa ha impartito a Genova, e noi lo accogliamo ritrovando in esso l’eco sapienziale del salmo 119, che insegna con forza la via per trovare la felicità nell’osservanza della legge: “So molto di più dei miei maestri, perché medito i tuoi precetti, sono più avveduto degli anziani, perché osservo i tuoi decreti”.

venerdì 26 maggio 2017

Vicino agli ultimi? No, vicino ai cristiani.

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 26 maggio 2017)

Vicino agli ultimi. Così viene descritto il cardinale Gualtiero Bassetti, appena scelto da Papa Francesco nella terna dei candidati, per diventare nuovo Presidente della CEI. Dobbiamo credere a questa descrizione? Probabilmente, si tratta soprattutto di un riflesso condizionato dei media, dal momento che è stato proprio l'attuale Pontefice a concedere la berretta cardinalizia a questo vescovo italiano di lungo corso.
Eppure, nel corso della sua lunga carriera, spesa interamente tra seminari e diocesi, con un pregresso incarico di vicepresidente della stessa CEI, Bassetti non ha mai mostrato particolari tendenze rivoluzionarie. Tanto che, nelle sue prime parole da nuovo Presidente, lui stesso si è definito come un improvvisatore. Non c'è infatti un programma predefinito per il suo mandato, e di certo non lo possiamo considerare in alcun modo impelagato in fazioni o cordate. La sua età matura lascia pensare che non si tratterà una presidenza di lungo periodo.
Dunque, probabilmente il suo ruolo sarà interlocutorio, di fronte a un episcopato diviso quale è quello italiano. Difficile pensare, è inutile negarlo, che il cardinale Bassetti potrà essere l'iniziatore di un nuovo corso. Ma da un improvvisatore come lui c’è da aspettarsi di tutto, visto che nella storia anche recente dell’episcopato italiano, così come dello stesso pontificato, non sono mancate personalità che dovevano essere interlocutorie per via dell’età, e invece hanno lasciato segni profondi. D’altronde lo stesso cardinale Bassetti ha detto che, nella scelta di un 75enne come presidente della CEI, ha scorto la fiducia di Papa Francesco nei confronti dei vecchi e della loro capacità di sognare.
E allora, anche noi, che pure da cattolici lo accogliamo con un sincero benvenuto, ci permettiamo di spendere due parole su quello che sarebbe il nostro sogno. Non tanto rispetto a lui, quanto alla situazione dell’episcopato del nostro Paese. Abbiamo già detto, salutando il cardinale Bagnasco, che il presidente uscente della CEI è stato all'altezza di una situazione che non è delle più felici.
Sono sempre di meno i vescovi italiani che i fedeli cattolici comuni, quelli non particolarmente impegnati nel sociale, ma desiderosi di trovare nella propria diocesi una guida spirituale, sentono veramente vicini al loro cuore. Tante esternazioni di carattere indirettamente politico, unite a una certa riluttanza a riaffermare dalla cattedra episcopale i fondamentali della fede cristiana - che oggi vengono ad essere sempre più sottintesi - hanno fatto sì che molti fedeli si sentano disorientati. Dal nuovo Presidente dei vescovi ci aspettiamo dunque quello che ci si aspetterebbe anche dal titolare della propria diocesi.
Cioè, una guida autorevole, che sappia non soltanto intervenire sui temi sociali, ma soprattutto riportare nel cuore e nella mente dei fedeli la verità di Cristo. Il mistero cristiano non vive unicamente nei luoghi dove si incontrano le nuove povertà, e i disagi sociali. Tante volte, non sono queste le cose che avvicinano o allontanano dalla fede. Le opere sono importanti, ma non sono necessariamente la via che ci porta ad essere Chiesa. Tanti vescovi sembrano averlo scordato nella loro pastorale. Tuttavia, altrettanti non rinunciano al contrario al ruolo di guide spirituali. e noi del Popolo della Famiglia li abbiamo visti all’opera.
Il nostro impegno per una politica più a misura della persona e secondo il progetto di Dio, e dunque in favore dell’uomo, è stato salutato da essi con sincera benevolenza. Non con un’adesione, che noi per primi di certo non ci aspettavamo, perché sappiamo distinguere quello che un vescovo deve fare. Bensì, con un sincero spirito pastorale, che nel momento presente riconosce la particolare importanza di una presenza autonoma di laici cristiani, in quanto tali, nell’agone politico.
Da Gualtiero Bassetti pertanto ci aspettiamo una conferenza episcopale che si avvicini, oltre che ai temi della povertà e dell’esclusione sociale, alle ansie e alle incertezze di un popolo di fedeli sempre più scoraggiato e disorientato. Dai pastori ci aspettiamo che venga illuminata di continuo la luce della verità sull’uomo, che è Cristo.
Non discorsi vani, né eccessiva insistenza su temi che tutto sommato di pastorale hanno poco. Da un improvvisatore come il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha dalla sua l'età della saggezza e dell’esperienza, possiamo aspettarci più di una sorpresa in questo senso. Per questo lo salutiamo con favore, anche perché siamo convinti che la Chiesa italiana si trovi, esattamente come la nazione tutta, in un'età di trapasso. All’esito di quest’ultima il Popolo della Famiglia non potrà che avere un maggiore riconoscimento del proprio ruolo. La comunità dei fedeli cattolici si rende conto di come l’emergenza del momento per il nostro Paese sia principalmente morale, culturale, identitaria.
Siamo sicuri che Gualtiero Bassetti, uomo di Dio e di saggezza, non farà a correre alla nostra chiesa nazionale i rischi della mancanza di chiarezza rispetto allo spirito dei tempi. Questo nonostante il suo mandato sia ragionevolmente destinato a essere limitato nel tempo. Ecco, abbiamo spiegato con franchezza, con parresia in termini cristiani, quello che ci aspettiamo dai nostri pastori. Sappiamo che verremo ascoltati, perché li vogliamo esattamente come li vogliono gran parte dei fedeli che in questo tempo difficile vivono in comunione con la Chiesa. Vicini agli ultimi? No, vicini ai cristiani.