venerdì 19 maggio 2017

Perchè il Popolo della Famiglia? Lo spiega l'Istat...

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 19 maggio 2017)

Tutto tranne la famiglia. La sua crisi è la spiegazione di quasi tutto ciò che accade, e pertanto la politica dovrebbe occuparsene con urgenza. Invece, la maggior parte dei commentatori continua a ignorare il problema. Guardiamo al rapporto Istat 2017, che è stato pubblicato l’altro ieri. Esso conferma quello che stiamo dicendo da tempo, se non altro perché – vivendo l’avventura della famiglia anche nella nostra dimensione privata – lo stiamo sperimentando da anni. Anzi, potremmo dire che le ragioni della nascita del Popolo della Famiglia provengono direttamente da quello che l’Istat ha appena “fotografato”, riguardo all’aspetto l’attuale della nostra società.
Un paese ancora in crisi, dove i giovani non avendo prospettive occupazionali perdono speranza nel futuro, e non trovano stimoli nemmeno dalla scuola. Un paese sempre più anziano, dove un numero impressionante di famiglie tira avanti grazie alla pensione dei nonni. Un paese dove i tradizionali riferimenti sono venuti meno, perché i corpi intermedi che consentivano alle persone di contare su reti di solidarietà stanno dimostrando di non farcela più.
L’Istat conferma che il cosiddetto ceto medio, motore dello sviluppo di ogni paese evoluto, in Italia è il più avvilito ed è ormai insussistente sul piano reddituale. La divisione in classi sociali che aveva plasmato gli schieramenti politici nel corso della cosiddetta “seconda repubblica” sta venendo meno. E’ infatti quasi scomparso quel ceto affluente di lavoratori autonomi, partite Iva, professionisti, che per costruire il proprio domani voleva liberarsi dagli impedimenti dello statalismo.
La crisi economica ha fatto sì che coloro che venticinque fa votavano Berlusconi, perché li liberasse dai vincoli di uno stato improduttivo, oggi si ritrovino ad essere i primi ad avere bisogno di aiuti pubblici. Così, chi nei decenni scorsi era sostenitore del libero mercato, invocato quasi come la panacea di ogni male, oggi è il più indotto a rivedere le sue convinzioni. Il ceto degli intellettuali appare in ritardo nella comprensione di ciò che accade, e questo non è una novità, ma anche la borghesia produttiva, che una volta contrapponeva agli intellettuali la propria vocazione al “fare”, è quasi scomparsa. O per meglio dire, ormai è stata riqualificata come il ceto delle “pensioni d’argento”.
E allora, perché questi fenomeni così avvilenti giustificano una volta di più la nascita del Popolo della Famiglia? Basterebbe uno sguardo in rete ai principali commenti al rapporto Istat 2017, provenienti non solo dalla politica ma anche dal mondo dei media, compresi quelli di ispirazione cattolica. Se le voci tradizionalmente di sinistra si sono concentrate sulla questione dei giovani senza lavoro e delle donne, per dire che avrebbero bisogno di maggiori tutele, al contrario i cattolici hanno preferito parlare dell’aumento delle diseguaglianze. Mentre nel vecchio centrodestra, almeno quello più sedotto dal populismo, si è preferito puntare l’indice contro l’immigrazione non più sostenibile, e i privilegi della vecchia classe politica.
Ben pochi dunque hanno preso il toro per le corna, riuscendo a individuare dove davvero stia il problema. Per questo l’unica risposta politica plausibile è la nostra, quella che ha portato alla nascita del PdF come soggetto autonomo.
Il nostro sistema sociale ha infatti un estremo bisogno di restituire centralità alle famiglie, intese non come luogo affettivo ma come primaria formazione sociale. Occorre cioè rimettere le famiglie in grado di pensare a se stesse e a farsi nel contempo costruttrici di futuro. Non necessariamente ricevendo sussidi, anche se basterebbe ridurre alcuni sprechi nel settore dei servizi alla persona (si pensi alle case-famiglia che ospitano i minori sottratti ai genitori naturali), per liberare risorse che potrebbero servire a istituire subito il reddito di maternità. A parte questo, sarebbe urgente tornare a “capacitare” le famiglie, riducendo gli oneri fiscali, regolamentari, burocratici, che impediscono ad esse di fare rete e di essere centrali educative, oltre che sostegni economici ed esistenziali, per ciascuno dei propri componenti.
E soprattutto, bisognerebbe con urgenza ripensare al divorzio facile e incondizionato, per restituire solidità al matrimonio. Se gli italiani sono sempre più anziani, poveri, sfiduciati e nel contempo anche sempre più soli, ciò avviene perché il matrimonio ormai non garantisce più nessuno. I nostri giovani sono costretti a cercare nelle famiglie di origine le risorse per sopravvivere, appoggiandosi sulle spalle dei nonni. Ma se sono impossibilitati a costruirsi da soli il futuro, ciò avviene anche perché non possono più fidarsi di chi dovrebbe costruire con loro un nuovo nucleo familiare.
Così, sono costretti a vivere in un eterno presente, non fanno figli e non diventano a loro volta padri, perché la distruzione della famiglia naturale ha fatto sì che, in un numero impressionante di casi, loro per primi siano cresciuti senza poter contare su una figura maschile di riferimento. Sostanzialmente, poi, è venuto loro meno anche quel padre figurato che nei decenni scorsi veniva individuato nel moloch statalista.
Ma questo i politici e media non lo vedono nemmeno. Preferiscono parlare di diritti individuali che mancherebbero (omofobia, quote rosa, sussidi all’occupazione il più delle volte inutili e umilianti). E invece avremmo soltanto bisogno di più famiglia, partendo, come si è detto, dalla restituzione di un minimo di normatività al matrimonio. E’ infatti inutile far finta di ignorare quello che anche l’Istat ci ha appena confermato, e cioè che meno matrimoni e più divorzi vogliono dire anche meno nascite, più instabilità per il presente, e minori garanzie per un futuro in cui nessun ente nè pubblico nè privato potrà più finanziare l’attuale livello di welfare.
I giovani non si sposano più, ma non tanto perché manchino soldi e prospettive occupazionali, quanto perché – dentro alle famiglie e non soltanto attorno ad esse – è venuta meno quella solidità e stabilità di rapporti che consentiva a tutti di guardare al futuro con meno angoscia. Per questo i nostri ragazzi preferiscono stordirsi con l’illusione di poter vivere solo per le emozioni individuali, schiacciati in una sorta di eterno presente.
Ma come dicevamo, benché questo sia sotto gli occhi di tutti, la politica tradizionale continua a ignorare la questione familiare. Alla peggio, la nasconde dietro la retorica sulla diseguaglianza, sulla mancanza di lavoro e sui diritti che mancherebbero. Infatti, ieri persino ai più alti livelli istituzionali, anche da parte del mondo cattolico, si preferiva concentrare l’attenzione sulla giornata contro l’omofobia. E la triste realtà fotografata dall’Istat era buona al massimo per i servizi dei telegiornali di seconda serata, senza fare cambiare minimamente l’agenda delle principali forze politiche. Davvero Dio acceca quelli che vuole perdere. E per questo è nata, e sta crescendo nonostante il silenzio dei media, la risposta del Popolo della Famiglia

mercoledì 10 maggio 2017

Quel massone di Macron, e quel che ci aspetta

(Articolo pubblicato su "La Croce" quotidiano, del 10 maggio 2017)

Non si può nascondere l’inquietudine. Anzi, non lo si deve. Il discorso della vittoria di Emmanuel Macron davanti alla piramide del Louvre, così come la sua passeggiata napoleonica fino al palco, e le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, richiamavano l’ideologia massonica al di là di ogni ragionevole dubbio. I simboli non mentono, e vogliono sempre dire qualcosa.
Allo stesso modo inquietano i nomi associati al finanziamento della campagna presidenziale del Piccolo Principe. I Rothschild, Soros, la Goldman-Sachs. Insomma, il gotha della finanza internazionale, della quale ben conosciamo le esigenze e le strategie.
All’appuntamento delle elezioni presidenziali francesi era in gioco la possibilità di continuare a influire sulla organizzazione dell’intera società europea. Gli agenti dell’ideologia mondialista e della tecnocrazia lo sapevano benissimo, e per questo erano tutti schierati in campo. A quanto pare, questa battaglia l’hanno vinta loro, e l’hanno persa le ragioni dei popoli. Ma la guerra, come si suol dire, continua.
Anche la storia personale di Macron lascia inquieti. Dal punto di vista politico proviene dal nulla, o meglio proviene da un sistema di potere finanziario che, non solo in Francia, ha sempre considerato la politica come uno strumento. La finanza dei vari paesi non solo europei ha un estremo bisogno di inventarsi dei nuovi fiduciari che, di fronte alla crescente delegittimazione popolare, possano rimettere un po’ le cose a posto.
Questo non toglie che l‘enfant prodige della politica francese, prima di questa fulminea cavalcata verso il potere, non si fosse mai fatto eleggere nemmeno a un consiglio di quartiere. Anzi, probabilmente nei confronti della gente comune, quella che nei quartieri vive, Macron prova un irresistibile disprezzo, come dimostrano certe frasi che si è lasciato sfuggire nel corso della campagna. Il suo partito “En Marche!” nel marzo di un anno fa nemmeno esisteva, e tutto l’apparato che ha portato Emmanuel Macron all’Eliseo, nonostante gli enormi costi, pare essere stato costruito a tavolino per soddisfare le sue ambizioni.
Ciò significa che al nuovo presidente e ai poteri forti che rappresenta mancano completamente una presenza sul territorio. Non hanno un radicamento tra la gente di Francia, ed è evidente che la disaffezione verso la politica e la mancanza di avversari credibili sono stati determinanti per l’elezione. Questo potrebbe essere il tallone d’Achille che concederà al popolo francese una nuova occasione di farsi ascoltare, fin dalle imminenti elezioni legislative. Oppure, come già è successo nella storia, potrebbe essere il preludio di una svolta autoritaria.
In ogni caso lascia sgomenti il pensiero che il nuovo presidente francese ha più volte espresso sui temi a noi cari. “Si possono avere senza problemi due genitori dello stesso sesso”, ha dichiarato senza esitazioni agli alunni di una scuola, prendendo come paragone della “normalità” anche la situazione di essere figli di divorziati. Questo non lo si può fare passare come un semplice segno di apertura mentale, anche perché al contrario è sintomo di una forte ristrettezza di vedute.
Del resto, le vicende personali di Emmanuel Macron ci raccontano moltissimo sulla sua visione della famiglia. Sposato con una donna molto più anziana che a quanto pare lo aveva sedotto fin da quindicenne, e che per questa relazione ha abbandonato la propria famiglia, il nuovo presidente francese fin dall’adolescenza ha rinunciato per un amore passionale ma sterile alla possibilità di avere figli propri.
Una storia che richiama alla mente le tragedie dell’antica Grecia, quelle che suscitano l’ira degli dei. E difatti, per dirla chiaramente, tutta l’irresistibile carriera del giovane Macron è stata costruita all’insegna della ùbris, cioè della tracotanza di chi vuole sfidare il limite e il destino riservati ai comuni mortali. Inutile che ci vengano a dire, secondo i correnti paradigmi del love is love, che si tratti di una situazione normale da tutelare come un diritto. In questa storia non c’è normalità e nemmeno diritto, ma solo l’inseguimento caparbio dei propri desideri individuali. Un pregresso psicologico inquietante per chi è appena venuto ad assumere enormi poteri su un’intera nazione.
Ci si chiederà se avremmo preferito Marine Le Pen al suo posto, magari per accusarci di simpatie fasciste. Ma la risposta è che queste elezioni francesi hanno mostrato tutti i limiti della destra tradizionale. Non basta ispirarsi al patriottismo e al senso comune per raccogliere le simpatie del ceto medio produttivo. E’ necessario restituire alla politica una nuova ispirazione, grazie alla quale non si debbano andare a inseguire le paure e la rabbia dei cittadini.
Bisogna che, da destra e non solo, si guardi a un modello sociale del quale nell’Europa delle tecnocrazie si sono perse le tracce. Bisogna cioè rimettere la persona, con la sua complessità e la sua dimensione sociale, al centro della politica. Occorre sconfiggere la mentalità individualista che riduce le persone a una massa di individui da considerare unicamente per le loro capacità di produzione e consumo. Nel contempo, occorre sbarrare la strada al progetto tecnocratico che, per rendere gli individui più docili alle esigenze del mercato, cerca di ricompensarli con l’oppio dei “nuovi diritti” individuali.
In poche parole, la visione cristiana della politica deve riguadagnare il centro della scena. Non solo in Francia e in Germania, ma in tutta Europa. Nel nuovo conflitto politico, che non è più tra socialisti e liberali, bensì tra élites finanziarie e ragioni dei popoli, occorre fare irrompere il potere delle masse dei senza potere. Parliamo di milioni di persone e soprattutto di famiglie che si affidano al senso cristiano della vita.
Per dirla come fece Giovanni Paolo II, l’uomo che negli anni ottanta scardinò il confronto da guerra fredda tra marxisti e liberisti, occorre spalancare di nuovo le porte a Cristo, e aprire i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, alla sua “salvatrice potestà”. Al di fuori di questa prospettiva, che è quella per la quale è nato il Popolo della Famiglia, la vecchia politica in tutta Europa è destinata ad andare incontro a una ulteriore delegittimazione, e in definitiva a disgregazione e macerie. Nel nostro piccolo della politica italiana, sarebbe il caso che i vecchi attori dei vecchi partiti lo capissero in fretta, smettendo di considerare le istanze della dottrina sociale cristiana come un residuo del passato. Altro che Macron.